Delocalizzazione ed ubiquitarismo dell’industria calzaturiera
Che poi inizi a guardare un film che non volevi vedere e finisci per vederlo. Ma, dico io, è questo il modo? No, non si fa così. Vabbeh, comunque, dov’ero rimasto? Ah, sì, alla sindrome della scimmia, cioè quell’insieme di sintomi apparentemente sconnessi che solo una mente scaltra e dal palato irsuto può ricondurre ad una determinata tipologia di comportamento apparentemente irrazionale.
Fatto sta che la televisione è una gran bella invenzione. Voglio dire, te ne stai lì che ti fai multifallicamente i cazzi tuoi, osservando attentamente come le serigrafie dei tasti del telecomando siano state logorate in modo fastidiosamente irregolare dai polpastrelli, quando t’imbatti in Julia Roberts alle prese con una crisi coniugale. Il film, per chi non lo avesse argutamente dedotto dai moltissimi indizi fin qui disseminati, è Closer (2004), di Mike Nichols.
“Mi hai tradito, vero?”
“Sì…” [fa finta di piangere]
“Adesso stai con lui, vero?”
“Sì…” [scende una goccia d'acqua dall'anomala e sospetta concentrazione salina]
“Ma non dicevi di volere dei figli da me?”
“Sì, ed era vero…oh forse…la verità è che non lo so…”
A quel punto il maritino forse la insulta, non mi ricordo. Ma il problema qual è? Sono io e quella cazzo di televisione che continua a ripropormi il passato, manco fosse una macchina del tempo. Sì, il passato continua a perseguitarmi, capita anche a voi?
Un passato in cui mi avevano offerto un lavoro di responsabilità in un’industria calzaturiera, ma che rifiutai sicuramente per paura, forse anche perché non ero pronto, boh. Fatto sta che il settore era in crisi già da un pezzo. Troppa concorrenza sleale, troppe tasse da evadere con facilità, senza quel friccicorio dovuto alla vicinanza della Guardia di Finanza, vista la presenza di Silvio The condoner al governo.
E poi la delocalizzazione, altro grosso punto di domanda: Cina o Bangladesh, dove il lavoro minorile è ancora un sano valore da salvaguardare?
Ma forse il problema più grande fu l’ubiquitarismo del luogo di lavoro, cioè quella brutta, bruttissima tendenza a stare con un piede in due o più scarpe, contemporaneamente. Non faceva per me. Leccar ipocritamente tomaie facendo finta di lucidarle non è mai stata la mia specialità, una debolezza, forse il più grosso difetto che un uomo può avere.
Fu una disfatta, logico. L’industria andò in malora. Non la rividi più per anni. Poi, un giorno, mentre passeggio in un centro commerciale, la incontro mentre fa la spesa e sul carrello ha pure un bel marmocchio. Ci siamo guardati, le ho fatto capire che la ho perdonata. Forse mi ha sorriso, o forse era solo una smorfia di dispiacere, per una vita che non è come se l’era immaginata.
Perché questo è il guaio: sognare non costa niente, all’inizio, ma poi paghi tutto alla fine, con gli interessi. E sono cazzi, altro che mutuo a tasso variabile.
PS: dimenticavo. Il film non l’ho visto tutto, ma la scena clou per capire le donne è quella in cui Natalie Portman flirta col marito della Roberts alla mostra fotografica. La principessa Amidala ammicca ed allude, perché le piace percepire il desiderio del maschio che cresce e si dimena come un animale imbizzarrito, salvo poi mostrare il pericolo insito nella finzione. Infatti, quando lui si allontana, lei si volta e quasi le viene da piangere. Ecco, la verità sta tutta lì. Nel mezzo.




Schizzi umidicci