Ecco come ho liberato Ingrid Betancourt
Beh, ragazzi, è stata dura, ma ce l’ho fatta. Beh, sapete, non avevo dubbi sul fatto che sarei riuscito, ma, insomma, qualche imprevisto, devo ammetterlo, mi ha fatto sudare più di quanto previsto dal mio budget mensile.
Ci racconti, ci dica, siamo tutti orecchi.
Beh, chiaramente mi sono fatto paracadutare nel bel mezzo delle foresta direttamente dalla ISS ( la stazione spaziale internazionale – NdR), così, per dare meno dell’occhio ed anche per salutare i miei colleghi astronauti… chi ha riso? Cosa c’è da ridere? Sì, sono stato anche astronauta, non mi credete?
[colpi di tosse imbarazzati dalla platea]
Dicevo, mi sono paracadutato dalla MIR… ehm… cioè, dalla ISS e, dopo essermi tolto parte della mimetica incendiata, mi sono fiondato nella foresta, facendomi largo con la sola forza del mio sguardo magnetico che è più tagliente di un machete. Nel giro di due minuti ho individuato l’accampamento in cui tenevano prigioniera Ingmar Stenmark.
Forse intendeva Ingrid Betancourt?
Sì, e io cosa ho detto? Ingrid Betancourt, no? Dicevo – fatelo fucilare, quello che mi ha corretto (frase pronunciata con la mano davanti alla bocca – NdR) ero lì perfettamente mimetizzato nella boscaglia, pronto a fare irruzione e a regalare piombo a quei schifosi comunisti dei guerriglieri, quando sento il cellulare squillare. Non ho nemmeno guardato chi era (un’attricetta in cerca di raccomandazioni? – NdR) ed ho ingoiato l’apparecchio deglutendolo per intiero. Il rischio di essere intercettato era troppo alto, mi capite, vero? Comunque, quando poi lo ho defecato, era ancora perfettamente funzionante, merito della solidità e della componentistica all’avanguardia del ******* ****, un marchio, una garanzia, tara-tara tara-tattà. ( frase pronunciata con sorriso smagliante rivolto alle telecamere – NdR)
Quindi, ho deciso, era il momento. Con una capriola, sono uscito dall’ombra proprio di fronte ad un pericolosissimo comunista di due metri e ottanta di altezza, quindi quasi quanto me, per cent’ottanta centimetri di larghezza che, vedendomi così guizzante, è rimasto a bocca aperta un attimo di troppo. Infatti, mi ci sono infilato dentro e dal suo stomaco l’ho sventrato con una raffica del mio M60. Fresco come una rosa e perfettamente profumato come appena uscito dalla doccia, ho ucciso i guerriglieri accorsi dal rumore delle interiora che ancora si dimenavano ai miei piedi. Ratatattàtàtàtàtàtààtàttà. Booom! Con una mano tenevo il mitragliatore e con l’altra rispondevo al secondo cellulare, quello ufficiale, col quale ho anche realizzato un simpatico filmatino che ho poi messo su youtube, perché io sono sempre all’avanguardia in tutto, mettetevelo nella zucca. Ah, a proprosito, molto meglio Banca Mediolanum. Perché se aprite un conto con noi, avrete in omaggio una gigantografia di Schifani e Bondi che ballano nudi la lambada.
Comunque, per farla breve, ho raccolto Ingrid, me la sono caricata sulle spalle ed ho percorso i milleduecentosessantasei chilometri che mi separavano dalla capitale Nepalese (? – NdR) nel tempo record di un’ora e ventisei minuti. Come dite? Perché non la ho portata direttamente a Parigi, dal mio amico Nicolas? Beh, ci ho pensato, ma mi sembrava un’inutile spacconata. Voglio dire, attraversare l’Atlantico a nuoto non è mai stato un problema per me, ma Ingrid mi ha detto di soffrire il mal di mare, per cui, per galanteria, ho preferito evitare. Perché sono un gentiluomo, io. E soprattutto sono sincero. Non racconto mai balle.




mi avete rotto i coglioni compagnucci