La coscienza come malattia dell’uomo e Dio come malattia della coscienza
La coscienza dovrebbe servire a vincere le paure, ma ciò di cui più abbiamo timore è proprio la coscienza stessa.
Meccanismi. La nostra mente, per quanto complessa possa sembrarci, è un meccanismo, cioè un insieme di processi regolati dal principio di causa-effetto.
Esempio banale: nel nostro inconscio è contenuta l’informazione “il fuoco è pericoloso”, per cui, quando percepiamo una fiamma, il nostro istinto è quello di non entrare in contatto con essa. Se, infatti, malauguratamente dovessimo mettere una mano sul fuoco, l’istinto ce la farebbe togliere immediatamente, senza pensarci troppo, questo perché valutare coscientemente la possibilità d’essere ustionati richiederebbe un lasso di tempo probabilmente controproducente.
Ma se la fiamma fosse “virtuale”? Se fosse una proiezione olografica? Nella situazione ipotetica in cui non fossimo in grado di valutare se quella fiamma emetta realmente calore oppure no, perché magari vicina a molte altre, solo l’osservazione cosciente della stessa od un atto di fiducia verso chi ce la propone come “diversa” dalle altre potrebbe spingerci a vincere la paura inconscia del fuoco.
Esempio un po’ meno banale: la paura del rifiuto. Se ci provo con una ragazza e questa mi risponde che non uscirebbe con me nemmeno se fossi l’ultimo uomo della terra, il mio istinto sarebbe quello di gettarmi nell’Eridano con al collo una pietra d’almeno venti chili. Questo dipende dal fatto che il nostro istinto di sopravvivenza ci spinge ad accoppiarci con esimi esponenti dell’altro sesso al fine di perpetuare il ricordo di ciò che siamo stati, nell’interesse della specie, naturalmente. Ma se riusciamo a comprendere che questo non è altro che un meccanismo creato dall’evoluzione, possiamo razionalizzare il rifiuto e renderci conto che possiamo sottrarci ad esso e trovare magari altri modo per cercare d’eternare la nostra persistenza nella realtà.
Come? Beh, per esempio compiendo un gesto eroico oppure inventando un computer talmente potente in cui downlodare la nostra mente o, ancora meglio, programmando un virus che vada a modificare le istruzioni genetiche che sovraintendono all’apoptosi cellulare ed alla degradazione dei telomeri, rendendoci di fatto immortali.
Ma se riuscissimo a comprendere che lo sforzo d’essere immortali è privo di senso, sempre in virtù di quel meccanismo inconscio che è l’istinto di sopravvivenza, in quanto ci renderebbe apatici e disinteressati allo scorrere del tempo, cioè alla vita stessa, potremmo arrivare al punto di non essere più in grado di procedere in nessuna direzione e ci ritroveremmo bloccati in un’eterna e cosciente indecisione. Cioè, saremmo come Dio: talmente perfetti da poterci permettere di non esistere (Robert Nozick).
Sì, deve essere andata così. Dio, avendo paura di non esistere, scelse di vincere questa paura regalando la propria coscienza all’uomo, in modo che questi potesse avere paura di Lui, credendolo ancora in grado di punirlo.





che filosofo. Cosa si cela dunque dietro il suicidio?
non male quest’analisi.
ma sono contraria alle “rese” o alle fughe.
DC, dietro al suicidio si cela spesso una coscienza ipertrofica che porta alla mortificazione della speranza-istinto-desiderio d’eternità.
Comunque, ho scritto anche un’apologia del suicidio.
http://gangio.blogspot.com/2008/04/apologia-del-suicidio.html
Saaamaya, grazie.
Chiamalo fesso, Dio.
Ma … sono pazza io o noto tra le righe una vena di ottimismo ? Perchè leggere questo post mi ha sollevato il cuore ?
Mah.
Pupazza
mamma mia – quando mi dici così mi sento tutta un fremito….
Vado a leggermi il post apologetico sul suicidio
ti ho letto e commentato sul sito ok notizie.
E’ una vergogna la gestione del sito…
Pupazza, mi fa piacere che il post ti abbia dato sollievo. Comunque, pare sia stato proprio Lui ad inventare il motto “ca’ nissiuno è fesso”.
DC, ti raffreddi con poco, a quanto leggo.
Natalino, il servizio è migliorabile. Per ora non voglio credere alla malafede. Per ora.
chi può dirlo se sia poco o tanto?
Chiunque. Però non è detto che corrisponda alla realtà.