Bile in dispensa
Come ininterrotte e bielicoidali colonne di formiche ingobbite, per come dovevano sembrare piccoli, neri e insensatamente frenetici, i Lilliprepuziani scendevano dai dolci bordi della conca, per arrivare alla bocca di Triodeno, l’enorme verme bianco che concedeva loro di condurre quella che, a tutti, sembrava una vita più che dignitosa. Ma che genere di vita? In pratica, in cambio del trafelato trasporto della bile stipata nella gobba, la Grande Siringatrice, una volta forata la sacca piena del prezioso liquido e succhiatone il contenuto, riempiva i loro molli stomaci di preziosissima acqua salmastra da cui ricavare meritati salari. Tuttavia, c’era un intoppo. Tali salati stipendi venivano, a causa dell’afa, prima essudati nella risalita, andando a formare, sulla pelle, uno spesso strato di candido cloruro di sodio che li rendeva luccicanti alla luce del sole, e poi completamente dilavati, se non per una piccola quantità che veniva leccata con avidità, dalle perenni piogge torrenziali che imperversavano al di fuori della conca, cosicché dovevano ricominciare tutto da capo.
Li si poteva allora vedere, di nuovo anneriti e con le lunghe braccia penzolanti che, ciondolando, sfioravano le pozze d’acqua sul loro cammino, andare a costituire altre lunghe file che conducevano tutte al Colle delle Cisterne, o Colleciste, come veniva chiamato dai Lilliprepuziani, il gigantesco impianto di raccolta della bile secreta dai Cenobiti, gli indigeni che avevano scelto di vivere rinchiusi in piccole gabbie, con le gambe spezzate e rimpinzati con un imbuto, in modo da muoversi il meno possibile e sviluppare così la ghiandola più importante di tutto l’universo: il dispensa bile per antonomasia, sua secrezionabilità il Fegato. Almeno così gli avevano sempre raccontato.
Nessuno osava lamentarsi. A tutti sembrava indispensabile che fosse accumulata bile nella dispensa di Colleciste. Nessuno si era mai chiesto se fosse stata possibile una vita diversa, né peggiore, né migliore, ma semplicemente differente nel suo svolgimento. A tutti era stato insegnato che Triodeno era buono e che i Lilliprepuziani dovevano essere a Lui grati per il senso stesso del loro lavoro: quello di permettere a Triodeno, con la bile che essi trasportavano, di poter digerire i sassi che i Lilliprepuziani, nel scendere verso la sua bocca, facevano, inevitabilmente, cadere.
Essi, quindi, continuarono così per anni, secoli, millenni e forse addirittura milioni di anni. Su e giù, giù e su, sudando e perdendo il salario per colpa delle piogge, accoppiandosi, raramente, durante qualche ruzzolone dentro la conca, finendo spesso per essere inghiottiti da Triodeno, il quale, però, li risputava sempre sino oltre il perimetro della stessa.
Così era la routine dei Lilliprepuziani, rotta solo da qualche zuffa per una crosta di sale rimasta inleccata e nascosta come un incomparabile tesoro nelle mutande, l’unico indumento indossato sia dai maschi che dalle femmine, per altro, come aspetto esteriore, indistinguibili gli uni dagli altri. Talvolta, venivano concessi dei momenti di pausa equivalenti a tredici minuti terrestri, quando Triodeno emetteva un suono sordo che faceva tremare tutto il pianeta. E allora gli abitanti si sedevano in cerchio, gli uni vicini agli altri e poteva capitare di fare un po’ di conversazione, più che altro rapidi scambi di battute sul meteo, o di pensare a cose strane, quasi assurde, come al vago ricordo di un’infanzia che a tutti sembrava il periodo migliore della loro vita, tuttavia irrecuperabile, irrimediabilmente perso e sempre più diluito dallo sgocciolare della pioggia lungo il crinale del tempo.
Ma bisogna ammettere che la cosa funzionava alla perfezione. Ognuno aveva uno scopo e non c’era davvero bisogno di trovare un senso a quel che ognuno di loro faceva. Indispensabile, ovvero che non si può demandare a nessun altro. Indispensabile era la bile, che era pagata in acqua salata, a sua volta indispensabile al nutrimento. Indispensabili erano le gambe, ma anche le braccia che aiutavano nella salita e nella discesa. Indispensabili erano gli occhi, piccoli e sottili, che guidavano verso la meta. Indispensabili erano i fegati dei Cenobiti, perché la bile era indispensabile a Triodeno, ma anche i sassi lo erano? Se i Lilliprepuziani avessero smesso di farli rotolare nella sua bocca, cosa sarebbe successo? Di colpo, a Shany, venne un dubbio. Si fermò mentre era in fila verso Colleciste e si tirò quindi da una parte, prima di afflosciarsi come uno stomaco vuoto, come il suo stomaco sempre vuoto. Affondò le lunghe braccia nella sabbia inzuppata dalla pioggia e si mise a fissare quello che, delle dita smunte, affiorava. Infine, capì.
Capì cos’era che aveva fatto germogliare quel dubbio, quel fastidioso, ma allo stesso tempo piacevole sospetto che sembrava incrinare un sistema apparentemente perfetto: uno schizzo di acqua. Salata. Qualcuno davanti a lei aveva sollevato forse un po’ troppo una gamba ed era partito un proiettile che le aveva colpito il labbro, o forse prima il naso, ma quel che importava era la sensazione che aveva ricevuto: acqua salmastra, come quella fornita dalla Siringatrice. Ed era tutta intorno a lei, dappertutto. Dovunque volgesse lo sguardo, immensi mari di acqua salata formatisi col dilavamento dei loro corpi. Un’immensa e sfacciata fortuna era praticamente stata sempre lì, a sua completa disposizione, e nessuno aveva mai compreso che il sale dilavato non poteva scomparire o essere assorbito dal terreno. Nutrimento in abbondanza e per tutti. Nessuno avrebbe più dovuto raccogliere la bile e nessuno avrebbe dovuto portarla a Triodeno per fargli digerire sassi che non avrebbe più ingurgitato. Tutti potevano essere liberi e tutto ciò che fino a poco prima era giudicato indispensabile, da quel momento diventava superfluo, futile, addirittura dannoso. D’altronde, era chiaro che doveva essere così come, nelle rare pause notturne, qualche vecchio, poco prima di morire ed essere seppellito ancora mezzo vivo sotto la sabbia, si ostinava a raccontare. Un’epoca lontana, che si perdeva nella notte dei tempi, in cui i Lilliprepuziani erano liberi e c’era ricchezza in abbondanza per tutti, cosicché si trascorrevano le giornate a conversare e ad interessarsi gli uni degli altri, filosofeggiando sulla natura del tempo e della vita stessa. Racconti che sembravano sogni di una mente malata, distorta, inadatta al perfetto meccanismo della bile da mettere in dispensa. Eppure, era tutto vero. Ciò che giudicavano indispensabile, non lo era affatto. Era tutto un immenso inganno.
Quasi sopraffatta dall’emozione, Shany si mise allora a gridare. “Assaggiate l’acqua! Assaggiate l’acqua! È salata, assaggiatela… su, dai, assaggiala… è salata, è salata!” Ma quelli che le stavano passando accanto sembravano non sentirla e continuavano a fare quello che avevano sempre fatto, sin da quando avevano pochi mesi di vita. Solo qualcuno si era voltato a guardarla ed i tentativi di farli partecipi della scoperta, spruzzando la loro bocca con festivi schizzi delle mani, aveva prodotto null’altro che un’espressione di disgusto sul loro volto.
“Stupidi, maledetti stupidi.” Shany, vedendo che non c’era modo per destare quelli che sembravano dei morti viventi, si mise a piangere e, quando le lacrime raggiunsero la bocca, capì che non c’era davvero più speranza di salvare i suoi compagni. Persino le lacrime erano salate e, da quanto ne poteva capire, lo dovevano essere sempre state. Comprese allora che nessuno aveva più pianto una sola lacrima da milioni di anni a quella parte. Nessuna emozione, nessuna sofferenza, niente di niente. I Lilliprepuziani erano un popolo già estinto che sopravviveva solo come parte di un meccanismo totalmente chiuso, privo di possibilità di scelta. Della loro coscienza, se mai ne avessero mai avuto una, non c’era più traccia, sciolta dalle piogge o forse divorata da Triodeno, l’unico essere che sembrava trarre beneficio dal processo digestivo sempre in atto. Un mostro orrendo che frantumava tutto all’interno del proprio stomaco, compreso il senso di colpa per la grande bugia che ruttava, sempre uguale a se stessa, giorno dopo giorno. Un’infinita serie di giorni tutti perfettamente uguali e che tali dovevano rimanere. E fu per questo che di Shany non si seppe più nulla. Un errore, l’ineliminabile eccezione che confermava la regola e che, di tanto in tanto, faceva la propria comparsa nel mondo dei Lilliprepuziani. Un’imperfezione chiamata consapevolezza. Un errore che veniva prontamente eliminato da Triodeno, attraverso uno dei suoi lunghi tentacoli che spuntavano, improvvisamente e non visti, da sotto la sabbia, per l’eterno e santo ritorno alla normalità.




Sembra una puntata di “Siamo fatto così” versione Matrix.
Dovresti scrivere dei racconti. Sei bravo
Speriamo rinfreschi, stellina
Bella storia, però non aver lasciato la minima speranza ai Lilliprepuziani non è carino, è un po’ essere come loro: disillusi e rassegnati.
@Paolo
Finchè c’è vita c’è speranza, no ? E’ nel nostro dna
@Pupazza
C’è Speranza, Costanza e la Finanza. Manca la pazienza
Ti ringrazio, ma il fatto che tu te ne sia accorta dopo millemila post, tra cui anche un numero non trascurabile di racconti brevi, mi lascia un attimo perplesso.
La vita può essere così. Senza speranza. Pensa ad un malato terminale. Egli non spera più di tornare ad essere sano, ma brama solo la morte come liberazione.
Bel racconto e soprattutto bella immaginazione. Mi piace l’ironia che hai messo nella descrizione dell’assurdità della vita.
Ah, a proposito di assurdità, Paolo: la cosa più onesta che si possa fare per i Lilliprepuziani è piantarla di rimpinzarli di false speranze per convincerli ad andare avanti ancora un po’. Oltre la vita c’è Nulla. E se tutti smettessero di sperare e si ricordassero un p0′ più spesso che nella vita si muore, probabilmente vivremo in un mondo migliore.
Noa’s last blog post..L’Italia sotto scacco di Berlusconi: breve storia dei mafiosi che vollero un canale televisivo e si ritrovarono con una Repubblica. Passaparola: ‘Lettera d’amore’, con Marco Travaglio.
@admin
Vedo una certa differenza tra sperare di vivere o di morire e tra la rassegnazione a vegetare.
@Noa
Ma se non hai la speranza e lo stimolo per migliorare va a finire che o ti uccidi o continui a donare la tua bile fino a prosciugarti.
@admin
Che sciocchino
O forse la sciocca sono io: intendevo racconti senza risvolti satirici od ironici; racconti puri, per sognare. Sei un po’ avaro di questi ultimi.
Certo che me ne sono accorta ! Ho scritto 362 (363 contando questo) commenti, nel caso non te ne fossi accorto
@Noa
Grazie.
Nei Lilliprepuziani non c’è rassegnazione. Essi non sono consapevoli di essere degli schiavi, quindi non sono rassegnati ad essere tali e sono senza speranza non in quanto rinunci di una vita migliore, bensì, proprio in quanto inconsapevoli, impossibilitati a sognare o immaginare qualsiasi scenario futuro.
@Pupazza
Racconti senza risvolti satirici o ironici mi vengono male. Sono un tipo presuntuoso che deve sempre infilarci dentro una morale, un rovesciamento di prospettiva, qualcosa che metta in dubbio la visione del mondo del lettore. Per questo amo la fantascienza: raccontare realtà apparentemente lontane che rendono possibile una diversa visione delle realtà a noi troppo vicine tanto non essere viste.
Raccontare semplicemente una storia, senza ironia e senza satira, è per impossibile, visto che alla vita stessa non mancano mai queste due componenti.
@admin
Non ti vengono male
Non ti piacciono, forse. Ma non ti vengono affatto male.
Anche a me piace la fantascienza !
Hai letto “Notturno”, di Asimov ? Bellissimo
@Pupazza
No, ma ho letto il Ciclo della fondazione, anche se il mio ideale stilistico rimane il Ray Bradbury di Fahrenheit 451.
@admin
Il ciclo della fondazione è lì che mi aspetta da anniedanniedanni
Letto nulla sui vedovi neri ? Ho comprato un libro proprio ieri sera, “L’enigma dei vedovi neri”, sempre di Asimov.
No, mai sentito nominare.