Fugace colpo di polso masturbatorio sul perché sono anticlericale
Poiché non sapevo da dove iniziare, mi era parso giusto partire dal principio. Ed in principio, lo sanno tutti, era il Verbo, cioè l’Idrogeno. Poi mi sono accorto che forse la stavo prendendo un po’ troppo alla lontana e che potevo prendere invece spunto dal fatto che la Chiesa, a meno di clamorose smentite, è composta per lo più da uomini e da donne (la locuzione approssimativa è dovuta all’imponderabile presenza dell’ermafroditismo subtonacale).
Allora, mi sembra ovvio che definire cos’è l’Uomo è di fondamentale importanza per rendere il discorso sufficientemente coerente.
Ho scritto “definire”. Con tale termine intendo un processo sintetico di tutto ciò che ho letto, sentito ed elaborato sino ad ora. Niente di nuovo, insomma.
Molti ritengono che l’uomo non sia altro che l’animale più intelligente e per sostenere questa tesi portano come esempio i traguardi tecnologici conseguiti, di cui, dicono, nessun altro animale sarà mai capace. La facoltà peculiare dell’uomo sarebbe quindi quella d’essere in grado di dominare l’ambiente in maniera intelligente, a proprio vantaggio o secondo le proprie finalità. Questa definizione, oltre che riduttiva, mi sembra pecchi di superbia. Mi si mostra, infatti, che il dominio dell’uomo sull’ambiente è piuttosto… “precario”, per usare un termine piuttosto in voga.
Per sostenere la calzatura di tale aggettivo, l’argomentazione è quella della tossicità degli interventi umani, a discapito degli stessi e della natura cui appartengono, come se l’intelligenza, di cui sono senza dubbio dotati, non comprendesse una certa dose di sana ed onesta lungimiranza. L’impoverimento genetico dovuto alla scomparsa di molte specie floro-faunistiche, lo sfruttamento indiscriminato delle risorse non rinnovabili, la miscelazione empirica, per non dire alchemica, degli acidi nucleici, mi sembrano chiari sintomi di come l’orizzonte predittivo dell’uomo sia molto inferiore alle ricadute balistiche degli interventi di cui è capace. Poi si può sostenere che l’uomo, in quanto intelligente, saprà adattarsi anche alla più catastrofistica delle predizioni, ma mi sembra comunque una ben magra consolazione di fronte alla prospettiva di un mondo armonico e timidamente tecnocratico. Se un giorno l’uomo, a causa della degenerazione ambientale, scegliesse di digitalizzarsi e di sopravvivere all’interno di potentissimi computer, sarebbe sempre l’animale più intelligente, potrebbe sempre vantarsi d’essere sopravissuto a se stesso ed ai propri errori, a patto però di non lamentarsi per la propria situazione di recluso informatico. Sì, anche le margherite potrebbero essere riprodotte. Probabilmente, come Matrix insegna, nemmeno ci accorgeremmo della differenza tra realtà e simulazione. Potremo quindi continuare a costruire, fare e disfare, tronfi della nostra capacità, ebbri della nostra potenza. Almeno sino a quando non finiranno le batterie.
Ma questa è solo un’ipotesi. Forse la degenerazione si fermerà molto prima. Forse dovremo solo proteggerci dai raggi solari, cospargendoci di ributtanti melasse sintetiche, e nutrirci per via endovenosa, a causa della scomparsa xeno-genetica dello stomaco.
Resta il fatto che, al di là di qualsiasi facile catastrofismo, l’uomo sembra aver imboccato una china assai scoscesa, senza aver preventivamente valutato la capacità d’interrompere o deviare la traiettoria. È un po’ come lanciare un’automobile ad altissima velocità senza essersi accertati della presenza del pedale del freno, o della forza atta a premerlo. Non che la strada sia priva di cartelli d’avvertimento, però, si sa come vanno queste cose, finché non si tocca il portafoglio è difficile togliere il piede dall’acceleratore.
Fuor di metafora, la spinta propulsiva dell’arricchimento personale (con ricadute anche d’equità sociale, per carità) genera un’enorme forza d’inerzia, su cui è lecito esprimere riserve di controllo e di moderazione.
Quindi la definizione di Uomo come animale più intelligente non mi sembra la più corretta. Che dire, infatti, della superba capacità organizzativa e coordinativa delle api? O della capacità ingegneristica delle formiche? O ancora, della subdola e diabolica strategia di virus e batteri?
La capacità di certi “esseri” d’operare con armonica lungimiranza sembra essere in disaccordo con la teoria che reclama l’uomo in cima alla piramide intellettiva, peraltro da egli stesso creata, il che pone un non trascurabile conflitto d’interessi, la cui non sanificazione potrebbe esserci rinfacciata all’infinito, o come prova della nostra collusione col sistema, o come inettitudine ed automartellazione orchitica.
La contro-obiezione possibile al masochismo manifesto è che l’errore non è una peculiarità umana, e che anche le eruzioni vulcaniche, o gli scontri tra corpi celesti, possono danneggiare l’ambiente rompendone l’equilibrio. L’equilibrio, d’altronde, è tale solo in quanto opposto del disordine e del caos, cui l’universo intero, ineluttabilmente, tende. Vana e piuttosto balzana appare la speranza in una massa critica, sufficiente a far ricontrarre l’universo, quando la velocità di fuga delle galassie non sarà più in grado di contrastare l’attrazione gravitazionale dalla materia stessa generata. Vana perché presuppone un tasso d’inflazione che nemmeno nei rampanti anni ottanta era pensabile, figuriamoci oggi.
Ma torniamo a bomba, come disse un tale che si trovava a Delhi.
Quando si cerca di definire qualcosa, manca sempre una definizione all’appello, con inevitabili ripercussioni sulle finalità comunicative. Il mio peccato originale è stato quello di aver voluto parlare d’intelligenza, dando per scontato che tutti sapessero cos’è. Proviamo allora a partire da un’altra definizione.
Qualcuno dice che l’uomo è sì un animale, ma ciò che lo differenzia maggiormente è la coscienza. Questa definizione non è molto diversa dalla precedente, tanto che sembrerebbe logico confondere la coscienza con l’intelligenza, o almeno metterle in stretta correlazione. Più coscienza, più intelligenza, meno coscienza, meno intelligenza? Purtroppo una tale proporzionalità sembra indimostrabile, giacché è assai difficile stabilire statisticamente quanta coscienza vi sia nelle scelte in cui ogni giorno ci troviamo coinvolti. Non solo, è altrettanto difficile, se non impossibile, stabilire cos’è mediamente vantaggioso e cosa mediamente svantaggioso, in conseguenza di una decisione che abbiamo preso, o che altri hanno preso per noi, investendoci e trascinandoci alla deriva nell’inestricabile catena di cause ed effetti cui siamo indissolubilmente, più o meno consapevolmente, legati. Almeno sino a quando non siamo “six feet under”.
Senza volerlo, ho scritto “più o meno consapevolmente”.
La consapevolezza di esistere e la capacità di riflettere sull’esistenza stessa, la capacità di valutare e soppesare le situazioni all’infinito, accumulando montagne d’informazioni, nel tentativo di trovare una via preferenziale per il successo individuale (e di conseguenza, anche per la specie), sembra essere, secondo l’etologia, una caratteristica soprattutto umana. La coscienza, quindi, come manifestazione, epifania autoreferenziale dell’agire consapevole, potrebbe essere la prova che l’uomo, al contrario degli animali, non ha ancora raggiunto il “know how” per essere in armonia con l’ambiente cui appartiene.
Se l’istinto è l’agire inconsapevole, teleguidato, preimpostato, esso è l’emblema e la sovrapposizione olistica della perfezione meccanicistica del Tutto. Se la coscienza è l’agire consapevole, autoguidato, compilato in itinere, il libero arbitrio, essa è l’increspatura, il difetto necessario perché possa esistere ed essere “compresa” la perfezione meccanicistica del Tutto.
Ma queste sono seghe mentali, direbbe qualcuno. Ma che sto divagando, questo ve lo concedo.
In sintesi, il rapporto tra coscienza, istinto e mente, è questo: la mente è ciò che sovrintende all’agire degli esseri viventi, quindi, secondo me, comprende sia l’istinto, sia la coscienza; l’istinto si può approssimare con l’automatismo meccanico, mentre la coscienza può essere assimilata al sentimento, nel senso più ampio possibile del termine.
Ora, c’è chi dice che persino la singola cellula possiede un seppur minimo grado di coscienza, poiché la natura profonda della coscienza dipenderebbe dalla coerenza quantistica delle particelle subatomiche di cui è composta anche la materia cosiddetta vivente, ma mi sembra un’approssimazione accettabile stabilire che, man mano che aumenta la complessità degli organismi, si ha sempre meno istinto e sempre più coscienza, sino all’uomo che ne ha più di tutti.
In una tale ottica, l’intelligenza, o la capacità di elaborare un numero significativamente elevato d’informazioni nell’unità di tempo, potrebbe “trovare spazio” nel margine che si apre tra la perfezione istintuale e l’imperfezione consapevole, come se la potenza di calcolo (qualcuno parla di capacità di frazionamento parallelo) implicasse l’espandibilità e la riconfigurazione continua delle istruzioni di partenza. Poi ci sarebbe tutto il discorso sulle menti collettive, tipo quella che sembrano possedere le api, e la conseguente riflessione sulla natura indeterminata delle proprietà emergenti, in apparente disaccordo con la concezione meccanicistica del divenire. Ma mi allontanerei veramente troppo, e già fatico a vedere una conclusione decente per questo discorso.
Allora, dicevamo dell’Uomo, della consapevolezza, dell’evidente difficoltà che tale curioso essere sperimenta ogni giorno anche nelle scelte apparentemente più semplici, come, per esempio, abbinare un vestito alla cravatta. Ah, quale incredibile fortuna hanno gli uccelli! Avete mai visto un Chiurlo delle paludi strapparsi le piume dalla testa a causa della scelta della livrea da indossare, prima di un appuntamento galante? Non credo. Il Chiurlo maschio sa per istinto come si fa a conquistare il Chiurlo femmina. In un certo senso, si può dire che l’ambiente ha scelto per lui. La componente genetica, insieme alle condizioni al contorno, lo hanno reso più o meno appetibile nei confronti della femmina. Molto spesso, nei documentari naturalistici, vedo un eccesso di determinismo genetico. Perché è vero che il DNA è in tutto e per tutto il progetto del Chiurlo delle paludi, ma come ogni progetto esso è inutilmente pensato se non testato dalla prova dei fatti. Un ottimo DNA non è garanzia di una livrea sessualmente vincente, per il semplice motivo che con esso può interferire una serie pressoché infinita di fattori, e mandare all’aria anche il miglior piano a base azotata. Tuttavia, è evidente che il DNA, ad un livello di dettaglio più ampio, sopperisce con la quantità all’impossibilità di comprendere, nella propria finitezza, l’illimitato numero d’accidenti possibili. Nemmeno il miglior “Chiurlo in potenza” ha quindi la strada spianata verso il successo. Traslando il discorso verso l’Uomo, posso affermare con sufficiente sicurezza che la morale del Chiurlo, cioè il binario su cui egli condurrà la propria esistenza, è solo in parte pianificata dal DNA, ed è altrettanto vero che la casualità avrà un ruolo fondamentale per il raggiungimento delle apparenti finalità dello stesso. Con buona pace del Chiurlo che non potrà mai rendersi conto di tutto ciò.
Ed ecco l’Uomo. Se nemmeno per gli animali il DNA garantisce in assoluto il successo, la felicità, l’accoppiamento e la proliferazione, come potete pretendere che questo possa accadere per l’Uomo? Porre l’origine della morale umana nel codice genetico è un errore grossolano, anche se ci sono fatti che possono indurre a quest’errore. Per esempio, perché esistono esseri umani che sono quasi unanimemente considerati belli e sessualmente appetibili? Poiché sarebbe illogico considerare tale confluenza d’opinioni come una semplice coincidenza che si manifesta random su soggetti paraculati, è evidente che una parte della morale umana è inconsapevole, istintiva, genetica. D’altronde, secondo quanto affermato in precedenza, la coscienza e l’istinto coesistono anche nell’Uomo. Poi, però, girovagando per le strade dei nostri bei paesi, assistiamo a tutta una serie di combinazioni fenotipiche assai bizzarre: nani e spilungone, elefanti e ballerine, giovani con vecchie e vecchi con giovani, senza dimenticare la crescente fraintedibilità, la baraonda delle cornificazioni ed il carosello dei morti ammazzati per gelosia. Di fronte a tale spettacolo, sorge allora una spontanea ed innocente domanda: non è che, forse, la coscienza può essere più forte dell’istinto? La risposta è indubbiamente affermativa.
Tutto il bailamme di discussioni, di incomprensioni, di dispetti, tutto questo arrancare, l’esorbitante quantità dei “non so che cazzo fare”, tutta questa indecisione è la prova provata che la morale dell’uomo deriva, in larga misura, dalla coscienza. “Decidere secondo coscienza” è un’espressione che abbiamo sentito spesso, ma che poco o nulla ci dice su quanto questa benedetta coscienza ci possa aiutare o sia di per sé motivo d’orgoglio della razza umana.
Qualcuno sostiene che la coscienza è piuttosto un marchio d’infamia, vessillo della nostra inferiorità rispetto alla placida noluntas degli animali. La nostra estesa, in lungo e in largo, infelicità non sarebbe altro che la conseguenza della nostra inettitudine intrinseca, in definitiva, della nostra debolezza ed imperfezione. Altro che il più bell’essere del creato! E qui, chi crede, ribatte che l’imperfezione dell’Uomo è un segno di Dio e la via da percorre è quella che conduce alla perfezione, cioè a Dio stesso.
Io mi limito a costatare il dato di fatto. Superiorità od inferiorità, l’Uomo deve stabilire la propria morale, le regole con cui procedere, in accordo con i propri simili e nel rispetto dell’ambiente in cui vive, con l’unico mezzo che ha a disposizione: il dialogo, la discussione, il confronto delle idee, delle opinioni e – perché no? – dei sentimenti.
Il dialogo è l’unica via per diretta conseguenza di quanto appurato sopra. Pensate che cosa accadrebbe se tutti volessero accoppiarsi con le bellezze unanimemente riconosciute. Oppure, se tutti volessero tutto ciò che vedono. Perché è questo che il nostro istinto ci dice. Diminuito nell’estensione, per far spazio alla coscienza, l’istinto dell’Uomo si riduce ad una serie d’impulsi primitivi, simili a quelli di un verme che continua ad ingurgitare terra e a produrre humus, indolente e vorace allo stesso tempo. Ciò che riscontro nell’Uomo è che, laddove la coscienza, e quindi la consapevolezza delle conseguenze che le proprie azioni hanno sull’esterno, sembra venire meno, l’istinto non è in grado di sopperire con istruzioni utili alla preservazione della specie. Da qui nasce tutto il dibattito sulla giustizia, sulle pene e sulla discutibilissima giustificazione dell’infermità mentale. Come si può, infatti, incolpare qualcuno di aver perduto la coscienza o, peggio ancora, di non averla mai avuta? Non è un oggetto che si possa ancorare alla cintura con un moschettone. Se non altro, credo dovrebbe essere fuori discussione la “messa in sicurezza” di soggetti che abbiano dimostrato d’essere troppo istintivi e/o troppo poco consapevoli.
Sui motivi per cui l’istinto sia nell’uomo così poco affidabile non so dar altra risposta che quella più ovvia e intrinsecamente giustificata: l’Uomo è tale proprio perché in grado di controllare e, in un certo senso, andare contro i propri istinti. E sono tornato così al punto di partenza, sperando di aver chiarito qual è la mia idea di Uomo.
Riassumendo, l’Uomo è quell’essere per cui il dialogo, o confronto dialettico che dir si voglia, è una necessità imprescindibile. Quando viene meno questa condizione, l’Uomo cessa d’essere Uomo e diviene quindi animale. Da soma (gli schiavi, gli operai, i fedeli), da riproduzione e da piacere (la maggior parte delle donne esistenti), da macello (i soldati ed i kamikaze). Oppure, sul lato opposto, despota, tiranno, sovrano assoluto, presidente.
Appurato che esistono uomini che rinunciano ad essere tali, non mi resta che spiegare perché sono contro la Chiesa formata dagli uomini. E poiché mi sono dilungato sin troppo, mi piegherò alle usanze del popolo eletto, ovvero mi circonciderò i polpastrelli delle dita e sarò di conseguenza costretto ad usare un numero limitato di battute, per il sommo e giusto dolore che proverò ad ogni pressione del pistone.
L’Uomo deve discutere con i propri simili per affinare la propria morale, la propria etica. Ne consegue che qualunque forma di assolutismo e di dogma è contrario a questo principio. Chiunque si arroghi il diritto di stabilire, senza discussione alcuna, cos’è giusto e cos’è sbagliato, e d’imporlo ad altri uomini, anche con il loro consenso e godimento, si pone al di fuori del sistema ipotetico testé costruito. Tale supposta persona (o sistema) reputa quindi che esistano uomini migliori di altri, il che è indubbiamente vero, ma poiché considera il dialogo una perdita di tempo, preferisce imporre la propria opinione con la forza e con l’esercizio del potere dei mezzi a sua disposizione. Tale organismo pensa inoltre che il suo essere troppo simile alle entità che soggioga possa in qualche modo tradirlo. Così egli si fa interprete unico della volontà di un essere che Uomo non è, e gli attribuisce caratteristiche assolute di conoscenza e d’intervento nelle questioni terrene.
Il fatto che quest’individuo non possa essere smentito, gli conferisce un grandissimo potere. Il suo, infatti, non è un sistema ipotetico-deduttivo, ma un dogma, cioè “esiste un essere superiore agli uomini autoinsignitosi dell’autorità di dettare la morale all’Uomo”. Poiché non si può dimostrare l’esistenza o l’inesistenza di tale essere, è preclusa ogni forma di dialogo. All’uomo che si affida a questa via non resta che seguire gli ordini impartiti per essere eternamente salvo. Egli cessa quindi di esercitare il libero arbitrio e diviene automa, si libera del peso della scelta e, nella migliore delle ipotesi, mette la propria coscienza in naftalina. Questa è la conseguenza logica e incontrovertibile del porre l’origine della morale umana al di fuori della giurisdizione umana. Che poi, di fatto, molte delle persone credenti emanino un forte odore di sublimazione idrocarburica, è solo la dimostrazione della pericolosità della fede. Perché, tutti lo abbiamo provato almeno una volta, non c’è niente di peggio che essere seduti accanto ad un cappotto non ben deodorato dall’antitarme. Ecco, forse quello che dovreste domandarvi non è tanto quale sia il rischio della reale esistenza o meno di Dio, bensì quanto vi faccia comodo essere sicuri che la vostra coscienza non diventerà un gruviera a causa di qualche tenera ed ingenua farfallina. Perché discutere è difficile, doloroso, si rischiano strappi e jam session di rammendo, ma è senza ombra di dubbio più responsabile, più maturo. Basta con i capricci, basta con i musi lungi e le braccia conserte. Voi dite: “Il mio essere religioso non ha nulla a che fare con la Chiesa.” In pratica, però, vi ponete in posizione agnostica di fronte ad essa, ovvero l’altra posizione di comodo, tipica di chi non vuole tenere un atteggiamento chiaro e non fraintendibile. È una posizione di tutta onestà, ma è un’onestà che assomiglia a quella di Pilato. Eppure qualche morso la coscienza ve lo deve pur dare. In verità, in verità vi dico che l’agnostico si lava mani sporche del suo stesso sangue. Egli si mortifica della propria inettitudine a comprendere e lascia irrisolta la sua stessa natura, demandando ad altri la vexata quaestio. Ecco perché considero l’ateismo una forma di disonestà necessaria, non tanto per negare l’esistenza di Dio, che come ho già detto è impossibile, ma come assunzione di responsabilità. Poiché non m’è dato da sapere, non m’interessa sapere e preferisco seguire vie a me, povero umano, concesse. Il che, ai più, sembrerà coincidere con la scelta dell’agnostico. La differenza sostanziale si ha nel coraggio di fare un atto di fede nelle capacità dell’uomo di farcela senza Dio. L’agnostico lascia irrisolta la questione, non se ne cura, ma così facendo egli lascia in vita l’idea di Dio. Tale idea può così infettare le coscienze e perpetuarsi come un’epidemia, di generazione in generazione, evolvendosi ed adattando il proprio patrimonio informatico alle esigenze del Caso. L’ateo, invece, si dovrebbe proporre di uccidere l’idea di Dio nell’Uomo, in modo da recidere il cordone ombelicale che ci lega a quell’infinito sacco amniotico che è la metafisica. L’ateismo che propongo è quello della rinuncia. Paradossalmente, l’ateo deve ammettere l’esistenza di Dio, non tanto come possibilità, ma come certezza, e poi rinunciarvi, per le ragioni che derivano dalla necessità della scelta. L’ateo afferma con tutta la forza a sua disposizione l’esistenza di Dio, l’ateo è colui che crede in Dio più di tutti e ne comprende la volontà d’essere ucciso. L’unico Dio possibile è infatti quello che non pretende nulla e che, per infinito amore, desidera essere sacrificato. Non a caso questo è il messaggio cristiano. Gesù si sacrifica per noi, pur avendo, in quanto figlio di Dio, la capacità di salvarsi, affinché noi si possa fare a meno di Lui e di suo Padre (da notare il parallelo con il processo di emancipazione adolescenziale ed i riferimenti al mito edipico).
Ma insomma! Non sono bastati millenni di sovrani, di despoti, di divine incarnazioni, ancora volete essere schiavi? Quanto vi fa comodo seguire il ritmo del tamburo e remare, piuttosto che prendere una nerbata sulla schiena? Quanto avete paura del dolore e dello smarrimento? Ma forse voi, voi che difendete la Chiesa o voi che non provate repulsione per qualsiasi cosa che puzzi anche lontanamente d’incenso, forse voi non siete nemmeno schiavi. Perché gli schiavi, almeno, un briciolo di coscienza la conservano.
Ecco perché sono contro la Chiesa. Perché la Chiesa, quanto al livello di dialogo, intra ed extra sede, non è neppure paragonabile alle pur blande democrazie di cui abbiamo esperienza. Legittimare l’esistenza della Chiesa è, al giorno d’oggi, estremamente mortificante per tutti i tentativi di consolidamento del metodo del dialogo.
Ed ecco anche il motivo per cui quello che ho scritto è totalmente inutile ed estremamente patetico. A meno che non siate disposti a dialogare. Ma a quel punto dovreste ammettere che anche voi siete contro la Chiesa, poiché la Chiesa è per definizione contro il dialogo per i suddetti motivi.
Se esiste un organismo che si definisce Chiesa e non è dichiaratamente contro il dialogo, tale organismo è un impostore. Perché il dialogo non prevede l’uso di termini come “onnisciente”, “onnipotente”, “imperscrutabile”, a prescindere, ripeto, dall’esistenza o meno di un qualcosa o di qualcuno che si possa fregiare di tali caratteristiche.
Come dite? La Chiesa è aperta al dialogo con le altre culture e religioni? La storia m’insegna che non esiste vero dialogo quando ci sono cose che non vogliono essere messe in discussione. Il dialogo deve essere totale, non possono esistere cassetti chiusi a chiave. I punti fermi, posti al di fuori dell’indagine dialettica, generano divisioni, conflitti, sospetti; allontanano, anziché avvicinare. I presunti valori intoccabili sono per loro stessa natura non confrontabili, in quanto assoluti. Ogni forma di fede comporta sempre forme di violenza. Al contrario, nel momento in cui non ho nulla da difendere in assoluto, non ho motivi reali per combattere idee diverse dalle mie ed ho invece tutto da guadagnare. Il relativismo deve essere quindi inteso non tanto come principio di non interferenza, bensì esattamente l’opposto, cioè come acculturazione necessaria ed inesauribile.
Ecco perché sono contro la Chiesa e tutte le forme di potere tese a preservare solo ed esclusivamente se stesse senza tenere conto delle altrui volontà.





Fugace ? Ho dovuto prendere appunti per scrivere questo commento :)
Sono spossatamente entusiasta … peccato per la lunghezza, è un post per cui non trovo espressioni adeguate. Semplicemente illuminante.
La coscienza che equivarrebbe al supplire umano alla mancanza di istinto … geniale.
Per quanto riguarda il dogma, può esistere VERAMENTE libero arbitrio quando si ha la certezza che, all’interno di una società, tutte le nostre scelte influenzano in qualche modo la vita e le scelte altrui ?
Tu scrivi di perdita del libero arbitrio, ma si può perdere qualcosa che in definitiva non ci è mai appartenuto ?
Un’ultima considerazione: è lecito scegliere cosa credere e cosa non credere in una religione o ideologia ? Si.
Ma non è contraddittorio scegliere di incanalare delle scelte collettive attraverso dei dogmi per poi scegliere di credere solo a quello che si vuole ?
E’ come comprare una torta alla frutta e mangiare solo le fragole.
A che ci servono i dogmi se non a convivere tra noi ? Ed allora che centra Dio ? E chi lo dice che Dio deve intervenire nelle nostre vite ? O che ne abbia la facoltà ?
Vabbè, ti dispenso dalla risposta, và.
Commento logorroicamente adeguato al post
La libertà dell’arbitrio è una libertà relativa, cioè condizionata dalla presenza di fattori che non possono essere modificati e che rappresentano quindi degli ostacoli o vincoli e da fattori che “remano contro o a favore”, cioè che tendono ad influire sui “gradi di libertà” di cui possiamo disporre.
Devi pensare alla scelta in termini fisici, come ad un’asta che, a seconda di come è fissata ad altri oggetti, può compiere più o meno movimenti, essere più o meno libera o del tutto impossibilitata a muoversi (zero gradi di libertà).
ma sei impazzito? devo prendere un permesso non retribuito per leggere questo post!! lo affronterò a puntate.
Saamaya’s last blog post..Gestazione ai tempi di Facebook.
E’ una grande responsabilità, enorme, quella che tu descrivi.
Siamo totalmente consapevoli di questo ?
Solo pochi sfortunati lo sono.
Era da tanto che non ti impegnavi così, complimenti ;D ora cerca di indirizzare i tuoi sforzi per sfornare qualcosa dall’altra parte, son quelle le cose che mi mancano. :)
Vedrò cosa posso fare… salumi
Genio.
Ora salvo il post, successivamente lo stamperò in modo che possa sopravvivere alla labilità elettronica della rete.
Torno a osservare spore al microscopio.
Ricercatore?
(grazie ;) )
Quando smarrisco qualcosa talvolta sono ricercatore.
Amare battute idiote a parte,
sono tesista a tempo indeterminato.
(Prego, figurati! E’ solo un’umile opinione)
Ritorno alle spore…
In bocca al lupo, allora.
Molte grazie.
Continuerò quindi il mio tour di link in link tra i tuoi post.
L’amaro (eh, mi piace questo aggettivo) meccanicismo che riesco a cogliere nei tuoi scritti mi rende un senso di ilare angoscia. Tanto per spararne due!
Ora il prepuzio assume tutto un’altro significato. A proposito, documentandomi sull’argomento ho scoperto che in giro per il mondo vengono venerati qualcosa come 13 o più prepuzi attribuiti a Gesù Cristo. Sono certo lo sapessi, ma così sono rimasto in tema col post.
Sì, lo sapevo, mentre ho scoperto oggi che è stato pubblicato un libro dal titolo “Il lamento del prepuzio”.
Buon tour. ;)
Vedi anche tu le cose dal tuo punto di vista relativo che è innato come per il Chiurlo quando affermi che è solo la maggior parte delle donne ad essere vista come “animali di piacere”.
La Coscienza è anche riconoscere di essere relativi rispetto ad una complementarietà che non ci appartiene.
Perchè allora non credere anche Dio/Demone, ammettendo la sua impescrutabilità a noi esseri umani ?
@Giovanni
La complementarietà non ci appartiene? In che senso? Perché la complementarietà è un attributo che si può riscontrare, comprendere, spiegare, ma comprare?