Unisono
Dio, che fetore! Il comunitario che mi siede accanto puzza così tanto che devo estraniarmi per non vomitare. Per fortuna scende dopo due fermate ed il suo posto è occupato da una vecchietta ingobbita, carica di sporte di plastica, piene di mignòn di liquore. Le leggo la mente e vedo che è già proiettata nel suo appartamento, davanti alla tv, con il solo imbarazzo di scegliere il canale ed il gusto del veleno in cui affogare i propri reumatismi psicologici. Mi fa una gran pena, tanto da desiderare d’ucciderla all’istante, procurandole un’emorragia cerebrale. Ho l’aneurisma nel mirino, un leggero aumento della pressione e…
Alla fermata successiva, sale uno di loro. Mi tiro su il bavero dell’impermeabile e, con un dito, faccio aderire gli occhiali alle arcate sopraciliari. L’essere, vestito di nero, si muove lentamente e si guarda intorno attraverso le lenti scure, forse non mi ha visto. Cerco di diventare più piccolo facendo rientrare la testa tra le spalle. Quando il convoglio riparte, l’essere si aggrappa con una mano ad una delle aste orizzontali che passano sopra le file di seggiolini. È a non più di tre metri da me, ancora tre fermate e la maggior parte delle persone scenderà, e allora…
Potrei svignarmela alla successiva, usando l’uscita all’estremità opposta della carrozza, ma è troppo pericoloso dargli le spalle. Serve un diversivo, qualcosa che crei panico generalizzato, appena le porte si apriranno. Chissà quanti tengono acceso il cellulare nella metropolitana? Devo comunque tentare. Sovraccarico le sinapsi, le mani iniziano a tremare. Ecco, il treno rallenta, la vecchietta si gira e mi guarda impaurita, ho le tempie che mi pulsano vistosamente. Le porte si aprono con il solito fruscio pneumatico, la vecchia si alza facendo cadere le sporte, rumore di vetri rotti seguito da un trillo, nel silenzio creato dall’imprevisto. Tutti si voltano verso di me, anche quelli che non mi possono vedere per la calca. Però io li vedo, vedo i loro sguardi interrogativi attraverso gli stomaci delle persone, come se fossero delle lastre fotografiche liquide. Anche l’essere mi ha visto, ma ecco che tutti i cellulari nel raggio di un chilometro iniziano a suonare all’unisono, come una sinfonia caotica diretta da un metronomo impazzito. La gente si fa prendere dal panico, non capisce, estrae il cellulare per fronteggiare il nemico, poi si guarda intorno terrorizzata, e si tappa le orecchie coi palmi delle mani, lasciando cadere gli apparecchi infernali. È la fine del mondo! Sento questo pensiero sottocutaneo serpeggiare nelle loro vene, valicando onde elettrochimiche che si uniscono generando una marea furibonda. Persone che vengono calpestate, schiacciate. Avverto chiaramente rumori di ossa rotte, nonostante il frastuono insopportabile. Mi getto letteralmente fuori dal vagone, scavalcando il gruppo di persone imbottigliate nella strettoia dell’uscita. Atterro con una capriola e subito mi volto per vedere se mi sta seguendo. Ancora inginocchiato, con una mano appoggiata sul marmo freddo della banchina, osservo la barriera umana che occlude la porta del vagone. Attimi interminabili, in cui tutto sembra muoversi al rallentatore. Poi vedo l’essere dietro gli umani che mi fissa imperturbabile. Mi sento gelare il sangue. Vedo quindi il suo corpo passare attraverso quello degli umani con la stessa resistenza di una lama incandescente che taglia un pezzo di ghiaccio. Assisto alla scena come se non fosse reale, come un effetto speciale ben realizzato, ma nulla più. Poi sento l’odore di carne bruciata e lo sfrigolio della pelle sciolta, il rumore flaccido delle membra che si dimenano tra le interiora. E capisco che è tutto dannatamente vero. Mi volto e corro verso le scale mobili, facendomi strada tra la folla, proprio mentre i cellulari cessano il loro isterico lamento. Mentre mi arrampico sulle persone, sento il treno che riparte, risucchiando il panico nell’intestino putrefatto della città, come se non fosse successo nulla. Arrivo al corridoio che porta alla stazione di superficie e lo corro in apnea, resistendo alla tentazione di voltarmi per vedere se sono inseguito. Vedo i volti indifferenti delle persone che mi sfilano a fianco, come tanti involucri vuoti, manichini di silicone fuggiti dalle vetrine del centro.
Finalmente sono fuori, alla luce del Sole. Allargo le braccia, inarco la schiena all’indietro e mi sento una vela rigonfia del vento adrenalinico che soffia alle mie spalle, come una nave che esce da una tempesta elettromagnetica. Il cielo azzurro intenso è segnato da nubi lunghe e sottili che sembrano le dita scheletriche di un pittore mummificato. Abbasso lo sguardo, cammino sul marciapiede prendendo una direzione a caso, lascio cadere una moneta da un euro nel cappello di un mendicante. Il cartello dice che ha tre figli da sfamare. Penso che quella scritta non cambierà mai finché se ne starà seduto lì ad elemosinare, soprattutto finché esisterà gente come me disposta ad assecondare i miserabili nella loro perdizione. Il semaforo è rosso sangue, le molecole si accumulano sul marciapiede. Il beep è verde, le molecole riprendono a scorrere le une accanto alle altre, così le vede il bambino al sesto piano del palazzo che mi sovrasta. Un umano di non più di tre anni, la sua testa passa facilmente tra le inferriate della ringhiera. È solo, i genitori sono al lavoro, la baby-sitter è uscita a comprare le sigarette. Mi concentro per vedere un fotogramma del suo futuro e ne vedo due sovrapposti. Lascio perdere, non riesco a decidere qual è il più probabile, ma dentro di me spero che…
- Ehi, come butta, Ching? –
Questa non ci voleva, è quel cretino di Adnan che vuole essere pagato per la roba.
- Non ho i soldi. –
- Ehi, non preoccuparti, amico, me li darai, non c’è problema. –
Faccio per andarmene, senza salutare, ma…
- Aspetta, dove corri? Non hai sentito la novità? –
Mi mette una mano sulla spalla e mi guida verso un piccolo portico in ombra. L’odore dei suoi vestiti è nauseante.
- No, che novità? –
- C’è un nuovo Re, dovresti conoscerlo. –
- E cosa vuole fare, questo nuovo Re? –
- Vuole unire tutti i gruppi della città. –
- Ci hanno già provato in tanti, cos’ha di diverso? –
- Vieni con me e lo saprai. –
- Dove? –
- Alla moschea sotterranea. –
- Va bene, tanto non ho niente di meglio da fare. –
In realtà, dovrei ritirare degli scanner neurali da un tizio che lavora all’ospedale, ma ci sono ancora due ore prima che finisca il turno. Seguo Adnan attraverso i vicoli del centro, sbircio nel retro dei negozi più esclusivi. C’è gente che confabula e che trama nell’ombra artificiale dei grattacieli, fredda come la morte. Ci sono persone che progettano tradimenti, truffe, vendette, omicidi passionali, speculazioni d’ogni genere. Sorrido e mi vedo riflesso in una teca sigillata da un vetro affumicato. Conosco quell’espressione e non mi piace affatto. Mi fa paura. Troppo compiaciuta della propria capacità di vedere oltre, attraverso le mille maschere che la Città può indossare. Più mi rendo conto del potere distruttivo di cui sono portatore, più ne ho paura, più il sorriso si allarga in un cinico ghigno e meno riconosco come mio il volto che vedo riflesso. Mi rabbuio quando vedo che Andan diminuisce d’altezza. Cazzo, ancora nella metropolitana! Che stupido! E dove, sennò?
Fa niente, lo seguo avvolto da una sorta di rassegnazione mista a compiacimento. So che sto andando incontro al mio destino, lo ho sempre saputo. Arriviamo alla fine della banchina e, facendo finta di far finta di niente, scendiamo sulla massicciata in cui sono incastrate le rotaie. Dopo una cinquantina di metri c’è una porta di metallo con la scritta “Pericolo di morte” ed il triangolo giallo dell’alta tensione. Entriamo e percorriamo una serie di corridoi eufemisticamente illuminati, alla cui fine la grande sala della moschea, con le nervature di metallo che percorrono la volta, appare come il ventre di un’enorme balena arrugginita, sepolta nelle viscere della città da mille e più anni. Le fiaccole agganciate alle pareti tremolano i volti dei presenti. Un guazzabuglio di etnie e bande rivali, ognuna col proprio look d’appartenenza. Tra incappucciati alla Eminem e Metallari di ritorno, distinguo delle creste neo-punk, rigurgiti di Dark e qualche concessione al Grunge post Avril Lavigne. Mi appoggio ad una colonna accendendo una sigaretta, mentre osservo altri gruppi che entrano alla spicciolata. Tra poco più di un’ora devo essere fuori di qui, anche meno. Ecco, finalmente il brusio viene spazzato via dal suono del gong. Vediamo che cazzo ha da dire questo nuovo Re. Indossa un turbante ed una tunica bianca, ma, quel che è peggio, è scortato da due di loro, due degli esseri che non sopportano la luce del Sole e che passano attraverso le persone, uccidendole. A che gioco stiamo giocando? Doppio? Triplo?
- Dobbiamo mettere da parte le rivalità e gli interessi personali! Dobbiamo unire le nostre forze per sconfiggere il nemico comune! Dobbiamo essere una voce sola, dobbiamo agire come un’unica mente! –
Le solite balle sentite e strasentite, ma la folla inizia ad inneggiare, alzando le braccia in segno d’approvazione. In effetti, il tipo sembra esercitare un certo ascendente sulle coscienze. Mi defilo ed osservo la folla inebetita dal suono delle sue parole, una droga potente quanto un coagulante per sospensioni colloidali, un insieme di logica opportunistica e di pressione atavica, su tasti che solo pochi eletti sanno raggiungere. Sì, potrebbe anche funzionare. Tuttavia, ho cose più importanti cui pensare. Esco dalla sala, accompagnato dal rimbombo sempre più lontano dei megafoni, risalgo in superficie, aumentando progressivamente la frequenza dei passi, cosi che, quando sono fuori, sto correndo al massimo della velocità. Urto, senza volere, un tizio in giacca, cravatta, ventiquattrore; e lo scaravento a terra. È quasi buio e si è alzata una leggera brezza, i lampioni si accendono in ordine sparso, sfarfallando con il loro tipico ronzio elettrico. Appoggiato con la schiena al marmo di un palazzo, ansimante, guardo il manager rincorrere i fogli usciti dalla valigia, come se fossero uccelli bianchi che si trascinano sul cemento, atrofizzati da anni di prigionia, assottigliatisi per necessità evolutive.
Amo questa città! Amo questo mondo marcio, questo crogiolo d’infelici, di disadattati, in cui ognuno gioca per sé, senza rendersi conto di brancolare nel buio, d’essere solo una marionetta nelle mani del Caso. Forse loro sanno, forse loro comprendono quanto sia gratificante far parte di tutto questo, pur non accettandolo. Forse quegli esseri imperturbabili cercano proprio quelli come me, quelli che vedono, i risvegliati, gli schiavi che sono riusciti ad individuare le catene, che le impugnano e le tirano con ferocia, facendo sbandare tutta la fila. O forse anche loro giocano per se stessi e non c’è alcun piano di controllo, nessun burattinaio, nessun complotto teso a celare una scomoda verità. Fa freddo, mi tiro su il bavero dell’impermeabile, non so dove dormirò questa notte, né se dormirò. Ma non importa. Ho degli scanner neurali da raccattare ed una buona scorta di roba da sniffare. Mangerò un panino da quei maiali di Mc Donald’s, mi siederò davanti ad un cinema a leggere i commenti reali e quelli di comodo, viaggerò su macchine di lusso, dentro puttane impellicciate sedute accanto a uomini che hanno paura della propria ombra. Forse ucciderò qualcuno, e allora… allora mi sentirò più vivo che mai! Dio, come adoro questa cazzo di città!




Bello….
Esercizietto di stile che dimorava da anni nel mio disco rigido… grazie…
Atmosfera tra “Strange days” ed i romanzi di Asimov.
Gustosissimo
Meglio del cinema
@Pupazza
Thanks.
@Paolo
Graz.