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La casa sull’albero

November 13th, 2009 admin Leave a comment Go to comments

La casa sull’albero era il posto dove appendere i sogni. Un luogo dove le fronde della fantasia impedivano ai bisbigli dell’ombra di volare via, come se la notte generata dalle foglie di carta ne impedisse l’evaporazione. Ed in effetti, era esattamente così.

Non appena sveglio, il piccolo essere umano indossava la vestaglia, infilava le ciabatte e correva fuori dalla grande casa di campagna, con ogni tempo e ogni stagione, con in mano una matita ed un foglio bianco. Saliva in fretta per la scala di corda e si metteva a pancia in giù, incurante degli spifferi che d’inverno s’infilavano tra le rade assi del pavimento. Non gli importava. L’importante era imprimere su quel foglio il ricordo del sogno fatto durante la notte, prima che volasse via per sempre, aspirato dalle nuvole di cotone assetate di umane memorie.

Una volta terminato il disegno riassuntivo, a dire il vero indecifrabile da una mente adulta, lo appendeva ad un ramo dell’albero, andando a costituire, nel corso degli anni, una sorta di chioma aggiuntiva a quella naturale. Una forma di protezione, uno scudo che teneva lontani i fantasmi e gli spiriti maligni. E le grida.

casa_albero_smallTornare su quell’albero dopo tanti anni lo faceva sentire un gigante. Il tempo aveva trasformato quell’enorme salice in un bonsai e la casa costruita su di esso una sorta di cuccia per un cane di piccola taglia. Entrò a fatica, ma una volta all’interno, riuscì a drizzarsi in piedi, finendo con la testa tra quello che era rimasto dei suoi disegni, cioè solo lo scotch e qualche angolo di foglio privo di colore. Eppure, gli sembrava che fossero ancora tutti lì e che non fosse cambiato assolutamente niente.

Essere diventato un disegnatore affermato non lo aveva reso più sicuro. Le paure erano rimaste. Una costante e fottutissima paura di non meritare quel dono e di dover, conseguentemente, mettere sempre tutto in discussione, buttando all’aria intere giornate di lavoro, ma anche rapporti con fidanzate che non lo capivano o che pretendevano attenzioni maniacali che lui riservava solo ai suoi disegni.

Scese dall’albero sconsolato e, con aria mesta, entrò in casa dalla porta che dava sul retro. In cucina, sua madre stava preparando lo sformato di verdure, mentre una crostata di ciliegie cuoceva nel forno emanando un piacevole profumo di domenica mattina. Chiese alla madre se avesse fatto in tempo a fare una doccia. Aveva guidato per tutta la notte e la stanchezza iniziava a farsi sentire. La madre annuì, distrattamente.

Si spogliò ed entrò nel box nuovo di zecca, frutto della ristrutturazione pagata con soldi suoi. Suo padre inizialmente era stato reticente, ma alla fine aveva accettato di buon grado l’aiuto economico del figlio. In fondo, anche quello dei vicini aveva regalato una station wagon nuova ai genitori, coi soldi guadagnati in Iraq.

Si asciugò ed indossò una vecchia tuta che aveva trovato nell’armadio. Odorava di naftalina, ma il fatto di trovarla ancora comoda, nonostante i chili accumulati negli anni cittadini, lo faceva sentire più giovane e in forma. Diede un rapido sguardo a quella stanza così famigliare, eppure così lontana, quasi irreale. Gli oggetti sugli scaffali ed i libri erano gli stessi di quando era partito, ma si vedeva che non venivano più usati da molto tempo, bensì solo spolverati di tanto in tanto e per questo sempre fuori posto, troppo allineati e perfetti. Si mise a ridere, per la stupida malinconia generata da quei pensieri, ma poi, scendendo le scale, quella sensazione svanì di colpo per lasciare spazio ad una sensazione di terrore che non avvertiva da anni. I suoi genitori stavano litigando, le grida giungevano dalla cucina. Come al solito.

La sua prima reazione fu di desiderare di fuggire e di tapparsi le orecchie per non sentire, esattamente come quando era bambino e scappava nella casa sull’albero. Tuttavia, per la prima volta nella sua vita, trovò il coraggio di affrontare le sue paure. Scese i gradini rimanenti e si fermò sulla soglia della cucina. Le sagome di sua madre e di suo padre si stagliavano irreali contro la luce polverosa proveniente dalla finestra. Solo che non erano loro. Erano sua madre e sua padre di quando era bambino, vestiti con gli stessi identici vestiti di vent’anni prima, quando, per la prima volta, li aveva visti e sentiti litigare.

Discutevano animatamente, puntandosi l’indice contro e rinfacciandosi chissà quali mancanze. Erano come dei pesci in un acquario: le loro bocche si muovevano, ma da esse non usciva alcun suono, come in un disegno a cui aveva cancellato i fumetti. Ed allora capì. Comprese finalmente che le litigate dei suoi genitori venivano interpretate dal suo inconscio come un sintomo di non amore, come se non si volessero bene e quindi come se lui fosse stato un errore e non il frutto di un sentimento indissolubile, eterno.

Un banale meccanismo psicologico, eppure così potente da avergli condizionato tutta la vita, almeno sino a quel momento. Si sentiva rasserenato dall’averlo compreso. Da allora, non gli sarebbe più importato di essere amato dai suoi genitori, né tanto meno desiderare di sapere se essi si fossero amati e se avessero scelto, in base a questo sentimento, di metterlo al mondo. Non gliene fregava più niente di quello che i suoi genitori rappresentavano come coloro che avevano scelto per lui e che, come tali, lo avevano strappato dalla pace della non esistenza. Li aveva perdonati.

“Adesso basta!” – gridò deciso, ma non arrabbiato. Si mise a sedere a tavola, sorridente, guardando con aria soddisfatta i due bambini vestiti da adulti che aveva di fronte. “Mettetevi a tavola, mangiamo.”- disse, indicando con le braccia aperte le due sedie ai lati. I due bambini obbedirono e mangiarono silenziosi, guardando,  di tanto in tanto, quasi timorosi, l’uomo che li osservava compiaciuto. “Possiamo andare a giocare, adesso?” – chiesero i bambini. L’uomo rispose affermativamente, con un solo cenno del capo ed un sorriso. I due bambini uscirono dalla porta sul retro e corsero sul prato, mano nella mano, saltando e cantando allegramente. E l’uomo, guardandoli andare via, pianse di felicità come mai aveva fatto prima, alla vista delle lapidi dietro cui si erano nascosti.

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  1. Pupazza
    November 13th, 2009 at 10:16 | #1

    Ottimista, eh ?

    Però le lapidi si potrebbero interpretare anche come la morte delle paure inconscie, il superamento dei tabù infantili.

    Bello. Molto.

  2. November 13th, 2009 at 11:22 | #2

    È bello leggerti e questo racconto mi ha emozionato. Grazie

  3. GoDoG
    November 13th, 2009 at 13:45 | #3

    Bello…prep…
    mi piace questo tuo alternare il sarcasmo feroce a racconti di rara intensità…denotano una sensibilità che va ben oltre…
    sono dell’idea che chi ha ironia, ha anche la capacità di piangere e far piangere…

    ogni tanto fa bene dirsele ’ste cose…

  4. chica
    November 13th, 2009 at 13:56 | #4

    Intenso e tenero…da bere a sorsi lentamente, senza interpretazioni di nessun genere…accogliere e basta.

  5. Pepes
    November 13th, 2009 at 18:30 | #5

  6. Io e basta
    November 13th, 2009 at 19:41 | #6

    …”Continua a farla scorrere…”

  7. admin
    November 14th, 2009 at 09:00 | #7

    @Pupazza
    C’è tanto di quell’ottimismo in questo post che mi stupisce tu non lo abbia notato. Il protagonista diventa uomo e si salva, ma aspetto ben più importante capisce e perdona, come spessissimo non accade nella vita reale.

    @Paolo
    Mi sono emozionato anch’io nello scriverlo. Forse avrebbe meritato una descrizione maggiore, qualche paragrafio e qualche dettaglio in più, ma così ha il pregio della condensazione e mi fa piacere leggere che ha funzionato, che sono riuscito a trasmettere una parte delle sensazioni che ho provato nel scriverlo.

    @GoDoG
    Grazie.

    @chica

    @Pepes

    @Io e basta

  8. Pupazza
    November 15th, 2009 at 15:47 | #8

    @admin

    Non so, GG. Se il protagonista avesse compreso PRIMA delle morte dei suoi genitori, sarei stata d’accordo con te.

    E’ vero che superare un trauma è sempre e comunque una vittoria, ma le lapidi precludono qualsiasi tipo di evoluzione nel rapporto genitore-figlio.

    Si, li ha perdonati e compresi, ma non potrà mai più creare un nuovo rapporto no ? E’ qui che non leggo ottimismo ma solo rassegnata e pacifica accettazione ….. rimpianto ?

  9. admin
    November 16th, 2009 at 08:34 | #9

    @Pupazza
    Sarebbe stato troppo. Capire, perdonare, ricreare un rapporto coi genitori. La vita non è così generosa.

  10. Pupazza
    November 16th, 2009 at 08:37 | #10

    No, non lo è.

    Mi chiedo come tu faccia a comprendere tante cose e nello stesso tempo a non capire un caxxo.

    Mistero.

  11. adeline
    November 22nd, 2009 at 08:12 | #11

    Belloelloello,veroeroero.

    Ciao
    Adeline

  12. admin
    November 22nd, 2009 at 08:54 | #12

    @adeline
    Azieaziezie

  1. November 17th, 2009 at 13:25 | #1
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