La paura degli oggetti – finale dozzinale alternativo
Aveva sempre avuto paura degli oggetti. Sin da piccolo, aveva visto nelle cose inanimate una malvagità polverosa, fatta di rumore represso, trattenuto. Gli oggetti, a differenza delle persone, se ne stavano stranamente immobili; e non producevano alcun suono, fintanto che li osservavi. Ma bastava distrarsi un attimo per avvertire, ad esempio, uno scricchiolio sinistro provenire da dietro un mobile o l’impercettibile strofinio di un candelabro sopra il mobile stesso. E allora, quando capitava, voltandosi terrorizzato, andava a controllare, avvicinandosi all’orribile essere con apparente, esagerata circospezione. Ed eccola lì, la prova inconfutabile che aveva ragione! Il candelabro si era spostato di almeno un millimetro! La mezzaluna di non-polvere da una parte e la minuscola duna sull’altro emisfero del basamento non lasciavano spazio a discussioni di sorta.
La notte era un calvario. In quella casa immensa, antica quanto il mondo, il piccolo umano diventava una misera larva tremante, racchiusa in un bozzolo di seta azzurra. Appena sua madre spegneva la candela e se ne andava chiudendo la porta, egli stringeva le coperte e se le tirava sulla testa, facendo capolino ogni qual volta sentiva un oggetto muoversi. A nulla erano valse le proteste sul non volere inutili cianfrusaglie nella sua stanza.
I giocattoli, poi, erano ciò che di più terrificante potesse esistere. Ringraziava Dio di essere nato maschio, perché le aveva viste, una volta, le orribili cose che venivano regalate alle bambine. Riproduzioni inanimate di piccole donne, con enormi occhi sbarrati che lo guardavano fissi, penetrandolo nella testa come per rubargli i pensieri. Per fortuna, a lui erano toccati solo degli innocui – si fa per dire – meccanismi dotati di ruote, pale e rimorchi. A parte Fuff, il cane attaccapanni di peluche che regolarmente abitava i suoi incubi notturni più angoscianti, non c’era nulla nella camera che non potesse sostenere con lo sguardo, anche se a debita distanza. Perché in fondo, aveva imparato a convivere con le proprie paure. Ed anche se ogni mattina si alzava stremato, la vista diurna degli oggetti lo rincuorava almeno in parte, dimenticando per quasi tutta la giornata che loro erano sempre lì ad osservarlo e che, se avesse abbassato la guardia, forse un giorno lo avrebbero preso con sé nel loro mondo fatto di silenzio e di pose innaturali. Per sempre.
Di fatto, dopo i primi tentativi di comunicare le proprie percezioni agli adulti, capì ben presto che essi non erano in grado di comprenderle e che avrebbe fatto meglio a tenerle per sé, se non voleva finire come la zia Ruth in quell’ospedale speciale cui la madre inviava, mensilmente, una sostanziosa retta.
Fino a sei anni non aveva visto altri bambini al di fuori delle sue cugine. Arrivavano una volta l’anno dalla città, di solito in primavera. Rimanevano un mese e poi se ne andavano senza che lui potesse avvicinarsi per scambiare una parola. Forse loro avrebbero potuto capire. Ma la madre gli impediva di giocare con loro, perché sosteneva che maschi e femmine hanno, nel gioco come nell’istruzione, attitudini incompatibili. A riprova di ciò, citava la rigida divisione applicata nelle rinomate scuole che lui aveva sempre solo sentito nominare.
Così, si limitava a guardare le cugine dalla finestra della sua camera che giocavano, correvano e saltavano allegramente in giardino, mentre sua madre ricamava seduta all’ombra dei lecci, con il cappello bianco a larghe falde ed il vestito con le maniche a sbuffo. Sembrava felice, non aveva quell’aria arcigna e severa che di solito adottava con lui. E se era felice lei, in fondo, lo era un po’ anche lui.
Le lezioni private con il maestro erano uno dei pochi momenti in cui la sua mente era concentrata su oggetti astratti, facilmente domabili. La matematica e la geometria erano la sua passione. Trovava estremamente eccitante risolvere problemi ed equazioni, capire di geometria solida e piana, di fisica teorica. Almeno finché non si trattava di scrivere. Odiava il rumore che la matita produceva sulla carta. Era come se le mani venissero possedute da uno spirito maligno annegato nella grafite. S’irrigidivano, ed iniziavano a tremare, e a scarabocchiare i fogli, vorticosamente, sino a quando la punta si spezzava. Ne seguiva ogni volta la medesima punizione: stare chiuso nello sgabuzzino, al buio, per un tempo che aveva stimato in circa tre ore, anche se l’assenza d’orologi nella casa lasciava ampi dubbi sulla valutazione. L’unico oggetto segna tempo era la cipolla che sua madre portava appesa al collo e che nascondeva sotto la camicia subito dopo averla controllata. Diceva che era appartenuta a suo padre e che doveva nasconderla perché era una cosa che mal si addiceva ad una signora.
Non aveva paura del buio totale, poiché era senz’altro meglio dell’ambiguità della penombra. Chiuso nello sgabuzzino, s’inventava storie fantastiche in cui spesso era un pirata dei mari del sud, accanito difensore della propria nave contro i procellosi pericoli della natura e dell’uomo. Era una nave senza equipaggio, con gomene che si rizzavano da sole ed una ruota di timone senza rebbi. Una nave che solcava mari di cartapesta le cui vele erano gonfiate da annoiate nuvole di zucchero filato.
Da quando ne aveva scoperto il potere rassicurante, fantasticare, inventare storie erano diventati passatempi fondamentali, praticamente necessari alla sua stessa sopravvivenza. Attribuire una personalità ad un oggetto, farlo muovere e parlare come se fosse umano, erano attività oniriche coscienti che gli permettevano di domare le proprie paure. Ed allora si sentiva un po’ come una divinità in grado di insufflare alito vitale nelle cose inanimate, fino a quando la sensazione di potenza che ne derivava non prese il sopravvento.
Accadde in un freddo pomeriggio autunnale. La casa era immersa in una fitta nebbia che impediva persino la vista del giardino e degli alti alberi che la circondavano. Fu allora che, mentre sua madre rammendava calzini davanti al camino, desiderò forse per la prima volta di uscire a controllare che il mondo esterno esistesse ancora. Sapeva che suo madre non glielo avrebbe mai permesso e che avrebbe tirato fuori la solita scusa della salute cagionevole, ma glielo chiese ugualmente, con inusitata insistenza e vomitandole addosso, come mai avrebbe pensato di poter fare, un’acida rabbia molto simile all’odio.
La madre, esterrefatta per tale, inammissibile mancanza di rispetto, lo prese per un orecchio fino quasi a sollevarlo di peso e lo trascinò dentro lo sgabuzzino che chiuse nervosamente a chiave, minacciando di tenerlo segregato per così tanto tempo da potersene addirittura dimenticare per sempre.
Ma il bambino era sicuro che non sarebbe accaduto niente del genere, poiché conservava la consapevolezza che sua madre, in fondo, gli voleva bene e che da lì a poche ore sarebbe arrivata a liberarlo. E allora, magari, lo avrebbe perdonato e preso in braccio, per raccontargli una fiaba davanti al fuoco del camino, come quasi ormai non accadeva più.
Trascorsero ore che il bambino poteva solo immaginare. Sbollita la rabbia ed il nervoso, ed esaurita anche la voglia di inventare storie, si addormentò in un profondissimo sonno senza sogni. Poi, accadde una cosa che non aveva mai vissuto in precedenza. Lo sgabuzzino aveva iniziato a tremare come se l’intera casa fosse stata sollevata e scossa da un dispettoso e gigantesco essere. Ma così come i tremori erano iniziati, svegliandolo, di colpo erano cessati.
Ripresosi dal terrore che lo aveva pervaso, si alzò in piedi cercando equilibrio con il contatto delle pareti e quando si voltò verso la porta, si accorse che era socchiusa e che dalla fessura proveniva una strana luce diurna. Possibile che fosse già mattino?
Uscì dallo sgabuzzino ancora frastornato, stropicciandosi gli occhi e rassettando la colonna vertebrale indolenzita dalla scomoda posizione. Percorse quindi il lungo corridoio che conduceva al soggiorno. Fuori, la nebbia persisteva ed emanava una glaciale luce diffusa, come quella che avrebbe potuto emettere un fulmine congelato, immerso in un gas nobile.
Mamma? Mamma? Aveva chiamato insistentemente la madre, ma non aveva ricevuto risposta. In soggiorno, non c’era. Il camino era spento, la sedia su cui era solita trascorrere i pomeriggi, vuota e stranamente rivolta verso la finestra, come se qualcuno avesse voluto controllare il sopraggiungere di un annunciato pericolo.
Doveva essere ancora a letto, pensò il bambino. Allora si mise a correre e salì furiosamente le scale, sino a giungere davanti alla porta della camera di sua madre che, per fortuna, era ancora chiusa. Rincuorato dalla scoperta, bussò una prima volta molto timidamente, senza ottenere risposta. Quindi riprovò, con maggiore energia. Niente, solo silenzio.
A quel punto, non gli restò che una possibilità. Aprire ed entrare, rischiando di farla arrabbiare e di subire l’ennesima punizione, ma, d’altra parte, era consapevole di dover affrontare la paura più grande: quella di essere stato abbandonato in quell’enorme e solitaria casa.
Ma quando aprì la porta e la lattiginosa luce del corridoio inondò la stanza, vide che sua madre stava dormendo ed allora il suo stomaco si strinse per l’emozione, sino a fargli scendere una lacrima di gioia.
Mamma? Mamma? Il bambino, dopo alcuni attimi di esitazione, mosse timidi passi dentro la stanza, sino ad arrivare a mettere una mano sulla spalla della madre ancora coperta e con il viso rivolto verso le pesanti tende delle finestre. Il bambino la scosse, cercando di svegliarla, senza ottenere alcun risultato. Mamma? Mamma !?!
Innervosito e allo stesso tempo terrorizzato da quello che ormai era ben più che un orribile presagio, si avventò con entrambe le mani e con tutta la forza che aveva a disposizione sul corpo della madre, riuscendo finalmente a farlo ruotare e a vederne il volto.
Gli occhi della donna si spalancarono, prima uno e dopo l’altro, con il ritardo tipico dei contrappesi. La candida pelle di porcellana, illuminata dalla luce radente che proveniva dalla porta, sembrava ancora più levigata. Ed i capelli, ancora perfettamente pettinati, mostravano tuttavia la propria, imperfetta distribuzione epiteliale, come se uscissero a ciuffi da piccoli fori praticati nel cranio.
- Mamma, perché non me lo hai mai detto? –
La bocca disegnata rispose senza muoversi.
- Perché nemmeno io volevo accettarlo, figlio mio. Da sempre mi sono illusa di poter vivere una vita che non era mia e pensavo che anche tu potessi farlo, se solo ti avessi protetto da quest’orribile verità. –
- Che ne sarà di noi, mamma? –
- Non lo so, davvero, non lo so… –
E mentre sua madre pronunciava quella frase, la casa riprese a tremare violentemente, sino a quando una notte eterna calò su di essa e sulle vite inventate che ancora conteneva.
La bambina aveva deciso che era giunto il momento di metterla in soffitta, coprendola con uno spesso telo nero per proteggerla dalla polvere. Per lei, era finito il tempo di giocare, ma, forse, un giorno avrebbe fatto dono di quella casa per le bambole a sua figlia; o a qualcuno ancora in grado di svegliare oggetti desiderosi solamente di sognar d’essere vivi.





Siamo tutti burattini di qualcuno più grande ?
Oppure creiamo un essere superiore per spiegare cose inspiegabili ?
Deleghiamo la responsabilità del nostro vivere ?
Strano. Vabbè, non serve risposta.
@Pupazza
Deleghiamo, deleghiamo, io per primo…
Ma qual è che ti è piaciuto di più?
Onestamente il primo.
Perchè, a differenza del secondo, rimane incompiuto ed aperto alle interpretazioni.
Il secondo è lineare, logico, un cerchio che si chiude. Il primo ha talmente tanti sensi da non averne neanche uno.
Ci sto pensando da ieri. Alle cesoie, alla figura del padre, a Fluff, alla madre …
“…o a qualcuno ancora in grado di svegliare oggetti desiderosi solamente di sognar d’essere vivi”
Ho paura che faranno la muffa
Fermati qui! Non vorrai arrivare alla dozzina di finali spero
. Questo è bello e originale. 

Paolo´s last blog ..Tutto normale 4
@Pupazza
Disonestamente, li trovo entrambi dignitosi, senza infamia e senza lode. Perché anche se mi rendo conto di scrivere spesso attraverso stereotipi o topos narrativi piuttosto abusati, la loro combinazione genera sempre un quid di unico e originale.
Ecco che allora il fatto di porre interrogativi, dubbi, di lasciare spazio all’interpretazione, come giustamente scrivi, è il pregio del primo finale, pur nella sua dozzinale banalità, mentre questo è forse più d’effetto, ma pur sempre ispirato a qualcosa che già si è letto o visto (vedi “Ai confini della realtà” o qualcosa di simile, tipo “Mercoledì giallo” che davano sulla Rai, d’estate).
@Paolo
Si, penso mi dedicherò ad altro
Grazie.
..a me piace più questo finale..l’altro e tutto ciò che non si determina e resta incompiuto mi mette angoscia..troppo simile alla vita, perciò quando leggo mi piace sapere alla fine dove vado a parare….poi le eventuali alternative me le faccio nella mia testa…hai scritto anche la sceneggiatura di “Sliding door”???
@chica
Magari
Lasciar spazio all’interpretazione è sempre un pregio? Non sarà che spesso è una giustificazione alla mancata capacità di trasmettere un pensiero, una sensazione, un messaggio?
La forza di chi scrive bene è quella di riuscire ad indirizzare la mente di chi legge nella direzione voluta dallo scrittore. Più ci riesce e più viene apprezzato. Secondo me eh!
Paolo´s last blog ..Tutto normale 4
Mmmmm ….
Uno scritto stimola la mente e fonde i pensieri, le interpretazioni ed il vissuto. Proprio quest’ultimo cambia naturalmente l’approccio allo scritto da persona a persona.
Quindi il messaggio lanciato da unico può trasformarsi in centomila messaggi uno diverso dall’altro.
Sennò ameremo tutti gli stessi scritti e scrittori, non credi ?
“ameremmo” Pardon.
Ah, era in risposta a Paoloeguardoilmondodauncomòmiannoiounpo’
@admin
Ti piace spiazzare, eh ? Si, si nota.
No, perché siamo tutti diversi e poniamo resistenza ai pensieri altrui. La capacità di abbattere queste resistenze fa la differenza.
Paolo´s last blog ..Tutto normale 4
@Paolo
Ovviamente, no, non è sempre un pregio. D’altra parte, non si può nemmeno essere così presentuosi da pensare che dall’altra parte ci siano dei burattini che amano farsi plagiare… almeno credo…
Personalmente, ma anche no, amo gli scrittori visionari tanto quelli che riescono a creare tensione emotiva.
@Pupazza
Abbastanza…
@admin
no, non amano farsi plagiare ma questo è irrilevante. Le persone vengono plagiate in continuazione, dalla televisione, dalla stampa, dalla pubblicità, dagli scrittori, dalle parole, ecc.
E come avrai potuto notare, il maggior successo, dal lato pratico, lo ottiene chi è in grado di utilizzare al meglio questi strumenti.
Il primo fa molto Hemingway… non so se hai letto Colline come elefanti bianchi, praticamente scrive un racconto, poi dedice che è troppo esplicito allora taglia qualche pezzo qua e là, facendo un super regalo ai critici e rendendo in qualche modo il testo ‘immortale’, perchè continueranno a dibattersi in proposito. Bello da una parte perchè ti ‘stimola il cervello’, almeno io mi tiro sempre scema per cercare di capire, odio l’incertezza… resta il fatto che per quanto ti sforzi non avrai mai la certezza di ciò che l’autore voglia trasmettere, a meno che non lo dica.
Dipende a cosa uno è più interessato: far proprio un racconto, vivere certe emozioni, viverlo con i suoi occhi o vederlo con quelli dell’autore.
Ho preferito il primo per questo, sembrava molto più tuo.
Anche se questa frase lo salva un pochino… “a qualcuno ancora in grado di svegliare oggetti desiderosi solamente di sognar d’essere vivi.”

Pepes´s last blog ..Il mio migliore amico a 4 zampe.
@Paolo
Mi stai suggerendo di fare come Berlusconi?
@Pepes
No, non ho letto Hemingway, ma quello che descrivi mi ricorda molto l’effetto 2001: odissea nello spazio. In pratica, il segreto sarebbe scrivere sotto l’influsso di droghe psichedeliche e poi dare una ricontrollata a mente lucida. Sembra bello, ci penserò.
No, correresti il rischio di diventare come lui e fare una vita di merda, come ritengo sia la sua

Paolo´s last blog ..Sguardo nel futuro e nel passato
@Paolo
Oddio, buttala via la D’Addario… quarant’anni portati pene