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La paura degli oggetti

November 17th, 2009 admin Leave a comment Go to comments

bambolaAveva sempre avuto paura degli oggetti. Sin da piccolo, aveva visto nelle cose inanimate una malvagità polverosa, fatta di rumore represso, trattenuto. Gli oggetti, a differenza delle persone, se ne stavano stranamente immobili; e non producevano alcun suono, fintanto che li osservavi. Ma bastava distrarsi un attimo per avvertire, ad esempio, uno scricchiolio sinistro provenire da dietro un mobile o l’impercettibile strofinio di un candelabro sopra il mobile stesso. E allora, quando capitava, voltandosi terrorizzato, andava a controllare, avvicinandosi all’orribile essere con apparente, esagerata circospezione. Ed eccola lì, la prova inconfutabile che aveva ragione! Il candelabro si era spostato di almeno un millimetro! La mezzaluna di non-polvere da una parte e la minuscola duna sull’altro emisfero del basamento non lasciavano spazio a discussioni di sorta.

La notte era un calvario. In quella casa immensa, antica quanto il mondo, il piccolo umano diventava una misera larva tremante, racchiusa in un bozzolo di seta azzurra. Appena sua madre spegneva la candela e se ne andava chiudendo la porta, egli stringeva le coperte e se le tirava sulla testa, facendo capolino ogni qual volta sentiva un oggetto muoversi. A nulla erano valse le proteste sul non volere inutili cianfrusaglie nella sua stanza.

I giocattoli, poi, erano ciò che di più terrificante potesse esistere. Ringraziava Dio di essere nato maschio, perché le aveva viste, una volta, le orribili cose che venivano regalate alle bambine. Riproduzioni inanimate di piccole donne, con enormi occhi sbarrati che lo guardavano fissi, penetrandolo nella testa come per rubargli i pensieri. Per fortuna, a lui erano toccati solo degli innocui – si fa per dire – meccanismi dotati di ruote, pale e rimorchi. A parte Fuff, il cane attaccapanni di peluche che regolarmente abitava i suoi incubi notturni più angoscianti, non c’era nulla nella camera che non potesse sostenere con lo sguardo, anche se a debita distanza. Perché in fondo, aveva imparato a convivere con le proprie paure. Ed anche se ogni mattina si alzava stremato, la vista diurna degli oggetti lo rincuorava almeno in parte, dimenticando per quasi tutta la giornata che loro erano sempre lì ad osservarlo e che, se avesse abbassato la guardia, forse un giorno lo avrebbero preso con sé nel loro mondo fatto di silenzio e di pose innaturali. Per sempre.

Di fatto, dopo i primi tentativi di comunicare le proprie percezioni agli adulti, capì ben presto che essi non erano in grado di comprenderle e che avrebbe fatto meglio a tenerle per sé, se non voleva finire come la zia Ruth in quell’ospedale speciale cui la madre inviava, mensilmente, una sostanziosa retta.

Fino a tredici anni non aveva visto altri bambini al di fuori delle sue cugine. Arrivavano una volta l’anno dalla città, di solito in primavera. Rimanevano un mese e poi se ne andavano senza che lui potesse avvicinarsi per scambiare una parola. Forse loro avrebbero potuto capire. Ma la madre gli impediva di giocare con loro, perché sosteneva che maschi e femmine hanno, nel gioco come nell’istruzione, attitudini incompatibili. A riprova di ciò, citava la rigida divisione applicata nelle rinomate scuole che lui aveva sempre solo sentito nominare.

Così, si limitava a guardare le cugine dalla finestra della sua camera che giocavano, correvano e saltavano allegramente in giardino, mentre sua madre ricamava seduta all’ombra dei lecci, con il cappello bianco a larghe falde ed il vestito con le maniche a sbuffo. Sembrava felice, non aveva quell’aria arcigna e severa che di solito adottava con lui. E se era felice lei, in fondo, lo era un po’ anche lui.

Le lezioni private con il maestro erano uno dei pochi momenti in cui la sua mente era concentrata su oggetti astratti, facilmente domabili. La matematica e la geometria erano la sua passione. Trovava estremamente eccitante risolvere problemi ed equazioni, capire di geometria solida e piana, di fisica teorica. Almeno finché non si trattava di scrivere. Odiava il rumore che la matita produceva sulla carta. Era come se le mani venissero possedute da uno spirito maligno nascosto nella grafite. S’irrigidivano, ed iniziavano a tremare, e a scarabocchiare i fogli, vorticosamente, sino a quando la punta si spezzava. Ne seguiva ogni volta la medesima punizione: stare chiuso nello sgabuzzino, al buio, per un tempo che aveva stimato in circa tre ore, anche se l’assenza d’orologi nella casa lasciava ampi dubbi sulla valutazione. L’unico oggetto segna tempo era la cipolla che sua madre portava appesa al collo e che nascondeva sotto la camicia subito dopo averla controllata. Diceva che era appartenuta a suo padre e che doveva nasconderla perché era una cosa che mal si addiceva ad una signora.

Non aveva paura del buio. Chiuso nello sgabuzzino, s’inventava storie fantastiche in cui spesso era un pirata dei mari del sud, accanito difensore della propria nave contro i procellosi pericoli della natura e dell’uomo. Era una nave senza equipaggio, con gomene che si rizzavano da sole ed una ruota di timone senza rebbi. Una nave che solcava mari di cartapesta le cui vele erano gonfiate da annoiate nuvole di zucchero filato.

Poi, un giorno, arrivò lui. Era comparso nel giardino in un piovoso pomeriggio autunnale, sbucando da una siepe, proprio mentre il bambino stava guardando dalla finestra del soggiorno. Vedendo l’estraneo, egli si voltò verso sua madre che rammendava calzini davanti al caminetto e la prima tentazione fu quella di avvertirla. Ma non lo fece.

L’estraneo era calmo e sorridente, nonostante la pioggia fosse piuttosto battente. Aveva decisamente qualcosa di strano nel modo con cui camminava verso di lui, incurante dei vestiti bagnati e dei capelli che, dalla fronte, si appiccicavano alle guance attraversando il campo visivo degli occhi.

Lo sconosciuto si fermò a non più di un metro dalla finestra al pian terreno. Il bambino si voltò per vedere se sua madre lo avesse notato, ma lei continuava tranquillamente nel suo lavoro di rammendo. Allora l’uomo invitò ad uscire, con un gesto della mano. Ed il bambino obbedì, uscendo dalla stanza e poi dalla porta sul retro senza che sua madre se ne accorgesse.

Quando fu fuori, l’estraneo lo stava guardando da lontano, in fondo al giardino, vicino alla siepe da cui era sbucato. Un brivido di terrore gli percorse la schiena, ma quando lo invitò nuovamente a seguirlo, le scarpe si mossero come se fossero dotate di volontà. E mentre lo sconosciuto spariva dentro la siepe, lui stava pensando che anche i vestiti erano oggetti e come tali potevano probabilmente fare di lui quello che volevano.

Al di là della siepe, si estendeva un’ampia radura erbosa la cui pendenza aumentava gradatamente sino a culminare in una piccola collina, sulla cui sommità si ergeva un’imponente quercia. L’estraneo lo stava guardando proprio accanto all’enorme tronco dell’albero. In un attimo di lucidità, il bambino pensò di tornare indietro, temendo chissà quale orribile punizione da parte della madre, ma lo sconosciuto, con ampi gesti delle braccia, lo distolse ancora una volta dalla tentazione.

Il bambino si mise a correre e, con il ritmo del respiro che aumentava velocemente, vide che l’estraneo stava sorridendo compiaciuto, poco prima che scomparisse di nuovo, dietro la collina. Stremato per la corsa a cui non era abituato e con i vestiti appesantiti dall’acqua, il bambino arrivò alla quercia ansimante. E mentre appoggiava le mani sulle ginocchia, volse lo sguardo verso il fondo della piccola valle, dove insieme all’estraneo c’era questa volta una strana forma umana dai colori sgargianti. Una bambina, pensò immediatamente.

Ma quando si mise a correre verso di loro, man mano che si avvicinava, con la vista annebbiata dalle gocce di pioggia che gli scendevano sugli occhi, vide quello che non avrebbe mai voluto vedere: non era una bambina, bensìFuff, il suo cane-attaccapanni di peluche, con addosso una sua mantella rossa che ne aveva celato il corpo magro e le braccia atrofizzate.

Atterrito, cercò allora di fermarsi, puntando i talloni sull’erba viscida, finendo inevitabilmente per cadere e scivolare per diversi metri, sino a fermarsi a poca distanza dalle due entità.

Fuff si avvicinò furioso, digrignando i denti gialli e con gli occhi di plastica iniettati d’odio, mentre l’estraneo tirava fuori un sacco nero da dietro un cespuglio. Era la fine, pensò il bambino. Ma poi l’estraneo estrasse dal sacco nero una cesoia, del tipo che si usano per tagliare le siepi, e con un gesto tanto elegante quanto efficace, mozzò la testa a Fuff, la quale rotolò lontano dal corpo a forma di bastone.

Il bambino non capiva. I suoi occhi erano ancora spalancati dal terrore. Lo sconosciuto gli tese una mano e lo aiutò a rialzarsi, rassicurandolo con una voce ed un tono che solo allora gli parvero famigliari. Era suo padre, l’uomo che non aveva mai conosciuto, ma che da sempre lo aiutava negli incubi più pericolosi.

Ma come aveva potuto diventare reale? Incredibilmente, nella mente del bambino era questa la domanda che pulsava sotto l’azione dell’adrenalina. Infatti, per lui, che Fuff, un oggetto inanimato, prima o poi avrebbe cercato di ucciderlo, era un avvenimento certo, indiscutibile, mentre che suo padre potesse realmente esistere al di fuori del mondo dei sogni era un fenomeno irrazionale, del tutto incomprensibile.

A nulla valsero le accorate spiegazioni del genitore su un allontanamento voluto dalla ricca famiglia di sua madre. Il bambino lo aveva guardato come inebetito e poi, quando gli aveva chiesto di seguirlo, se ne era andato meccanicamente, come se qualcosa lo stesse richiamando verso la casa in cui gli oggetti lo avevano a cuore.

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  1. Pupazza
    November 17th, 2009 at 18:28 | #1

    Angosciante !!!

  2. Chica
    November 17th, 2009 at 19:00 | #2

    Stephen king ti va una sega!!! Per un attimo mi sembrava di leggere il sequiel di “IT”

  3. Pepes
    November 17th, 2009 at 19:24 | #3

    “Infatti, per lui, che Fuff, un oggetto inanimato, prima o poi avrebbe cercato di ucciderlo, era un avvenimento certo, indiscutibile, mentre che suo padre potesse realmente esistere al di fuori del mondo dei sogni era un fenomeno irrazionale, del tutto incomprensibile.”

  4. admin
    November 17th, 2009 at 20:01 | #4

    @Pupazza

    Chica :

    Stephen king ti va una sega!!!

    Oddio, bisognerebbe chiederlo a Lui, se gli va

    @Pepes
    Ci tengo a precisare che l’attaccapanni di peluche con la testa a forma di cane è un elemento autobiografico. Ricordo ancora un incubo in cui la paura che si animasse e mi assalisse si concretizzò rendomi madido di sudore. Ma lo affrontai, saltandogli addosso e adesso dormo tranquillo

  5. Pepes
    November 17th, 2009 at 20:30 | #5

    Il ritorno del papà è qualcosa di irreale, irrazionale, del tutto incomprensibile, già… come un fantoccio che prende vita.

    Il mondo del bimbo gira alla rovescia (come è giusto che sia, qualche volta, nei BAMBINI… ma il fatto che se ne renda conto è già un passo avanti..

    (Mia mamma, decenni fa, era malata per gli horror. Ho iniziato a guardarli a 6 anni, più mi facevano paura più volevo vederne altri. Il primo è stato Phenomena se non sbaglio, probabilmente mi ha traumatizzata talmente tanto che lo considero ancora uno dei migliori. Va beh, comunque verso i 10/12 anni ho fatto sparire tutti i pupazzi dalla mia stanza. Quando c’era il temporale e i lampi li illuminavano era terrore… ma anche adesso a guardarli bene alcuni sono proprio tetri strano che non ti piacciano )

  6. November 17th, 2009 at 21:18 | #6

    Mi inchino.
    Il tempo dedicato alle buone letture è certamente ben impiegato

  7. admin
    November 17th, 2009 at 21:39 | #7

    @Pepes
    Per me IL film horror rimane L’esorcista.

    @RasoioD’Ockham
    Grazie, ma in verità in verità ti dico ( ) che la prima parte (fino alla nave dei pirati) di questo racconto dimorava nell’hard disco da alcuni anni e solo un paio di giorni fa ho deciso di donargli una conclusione che però non mi soddisfa del tutto. Infatti, in partenza doveva essere un racconto o forse addirittura un romanzo di più ampio respiro e, sarà perché io lo so, ma secondo me si nota che la seconda parte è meno curata e messa lì un po’ pigramente.

  8. November 17th, 2009 at 21:47 | #8

    Ha fatto bene il bambino a tornare a casa.
    Da un papà che decapita un Fuff con delle cesoie da giardiniere non c’è da aspettarsi niente di buono.

    Paolo´s last blog ..Gatto lecchino My ComLuv Profile

  9. November 17th, 2009 at 23:10 | #9

    non ce la faccio, scusami, ma ho sonno.
    Domani riprovo sempre che non mi sogni la bambola senza occhi che m’ha messo paura.

  10. admin
    November 18th, 2009 at 00:19 | #10

    @Paolo
    In effetti…

    @Riciard
    Figurati, ti capisco

  11. November 18th, 2009 at 01:56 | #11

    aiuto, io non dormo più.

  12. admin
    November 18th, 2009 at 08:59 | #12

    @sciroccata
    Ma va’ là, per così poco

  13. November 18th, 2009 at 09:22 | #13

    Nah, l’esorcista è banale certe scene poi sono al limite dell’assurdo
    Pepes´s last blog ..Il mio migliore amico a 4 zampe. My ComLuv Profile

  14. Pupazza
    November 18th, 2009 at 11:24 | #14

    @admin

    Ho da sempre paura delle bambole di porcellana, così simili alle persone e mi infastidiscono non poco i pelusche … non lo so, il motivo.

    Sarà che sono altissimamente impressionabile.

    Ma più che sangue e budella di fuori mi fanno paura le atmosfere, i presentimenti, i giochi d’ombra, gli sguardi inanimati … brrrrr

    Naturalmente odio TUTTI i film dell’orrore ed IT è stato la personificazione dei miei peggiori incubi.

    L’unico autore di genere che reggo è Steven King, ma solo i titoli thriller (infatti La metà oscura ed Il gioco di Gerald li ho lasciati a metà).

    Quindi GRAZIE MILLE, eh !

    ( )

  15. Io e basta
    November 18th, 2009 at 18:31 | #15

    Fai bene a sentirti insoddisfatto del…come vogliamo chiamarlo?…Racconto, romanzo? Forse aveva bisogno di stare più tempo nelle segrete stanze del tuo pc.
    L’impressione che ho avuto leggendo il pezzo è che, in contrapposizione alla prima parte, la seconda risulti banale, specie con il finale che hai trovato per la storia: inopportuno e persino dozzinale….da giallo tascabile!

    La prima parte è accettabilmente interessante; poteva rappresentare un degno prologo, una sorta di preambolo per un romanzo …psicologico.
    Scene reali, cose e personaggi del tutto normali e comuni nella quotidianità danno sostanza alla descrizione che scorre facile e veloce.
    Soprattutto la trattazione sugli oggetti che “immobili” e silenziosi trasmettono ansia ed angoscia è particolarmente interessante.

    Tutto ciò che si muove e che interagisce e che è vivo può essere guardato, osservato e controllato e fa meno paura perchè è sempre costantemente sotto l’occhio vigile di chi guarda. Tutto ciò che è “immobile” ed inanimato finisce al contrario per assumere un’inquietante fissità e…mistero; perciò sfugge ad ogni controllo e fa paura.
    Tu hai descritto in modo così preciso e bene quest’aspetto da…essere stato capace di …”animare” gli oggetti e le cose inanimate descritte e fonte delle paure del personaggio.
    La prima parte …funziona, bene.
    Per la seconda ti suggerirei di riporla nel…congelatore del tuo disco e riprenderla tra un po’ di tempo. Magari di riproporcela tra qualche anno.

    Grazie.

  16. admin
    November 18th, 2009 at 21:49 | #16

    @Pupazza
    Prego…

    @Io e basta
    Beh, ovviamente sono d’accordo. Grazie a te.

  17. Pupazza
    November 19th, 2009 at 08:34 | #17

    @admin

    Però … simpatico.

  1. November 21st, 2009 at 11:52 | #1
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