Memorie di un perfetto mitomane di successo
E così, eccomi qui. Bottiglia – vuota – di whiskey che rotola, al rallentatore, sul tavolino, bicchiere quasi pieno, sigaretta accesa, brace lunghissima, cenere dappertutto. Direi che rientro perfettamente nello stereotipo del fallito che cerca di sopravvivere; o, forse, di fallire anche nel tentativo più sincero che un uomo possa osare: quello di porre fine alle proprie, inutili sofferenze. Eppure, ho avuto una vita praticamente perfetta. Sono nato, come si suol dire, sotto i migliori auspici: famiglia più che benestante, di ottima cultura alto borghese, un po’ radical chic, soprattutto mia madre, ma comunque non posso certo lamentarmi d’aver avuto dei genitori stronzi. Sarebbe intellettualmente disonesto attribuire a loro la colpa del mio totale fallimento.
Una vita perfetta, dicevo. Sin dalla più tenera età – ma come cazzo parli? – ho dimostrato di possedere un’intelligenza prodigiosa. A tre anni leggevo e scrivevo speditamente qualsiasi supporto cartaceo – ma vaffanculo! – che mi capitasse sottomano. E capivo di matematica, di scienze, di arte, persino di cucina. Non ho quasi mai perso tempo con giocattoli e libri di favole. La sera, a letto, prima di mettermi a dormire, leggevo l’Enciclopedia britannica, enormi volumi che facevo fatica a sollevare. Tuttavia, i miei genitori, forse spaventati dalla mia anormalità, non hanno voluto mandarmi a scuola in anticipo. Così, ho frequentato i corsi regolari, annoiandomi a morte di fronte a professori che non perdevano occasione per dimostrarmi la loro inferiorità, approfittandone quindi per scrivere, sottobanco, il mio primo romanzo di formazione, pubblicato quando avevo solo quattordici anni. E man mano che crescevo, acquisendo sempre più consapevolezza del destino a cui credevo di essere vincolato, prendeva consistenza una sorta di inquietante presagio che cercavo di cancellare con un po’ di, allora per me necessaria, strafottenza.
Ma non ho mai infierito, su nessuno, tranne che su William. Al liceo, durante l’ora di ginnastica, mi divertivo ad umiliarlo. Lui che mi superava in altezza di almeno venti centimetri, veniva costantemente surclassato dal sottoscritto nei pressi del canestro, non disdegnando il tiro da tre punti. Sì, avrei potuto diventare un professionista, anche in altri sport, ma ho preferito seguire la via accademica, in fin dei conti quella che più si addiceva alla magnificenza della mia mente, lasciando al corpo le gioie del sesso.
Ho avuto donne di tutti i tipi. Belle, bellissime, brutte, bruttissime, grasse, magre, intelligenti, stupide, stupidissime. Ma in ognuna di loro ho trovato qualcosa di sublime: un aspetto, un’espressione del viso, un odore, un modo di pensare, un nonsoche di esoterico, qualcosa di estremamente pratico, come quella che mi cucinava deliziosi soufflé al cioccolato dopo ogni scopata, come per sdebitarsi. Sì, decisamente, prima di sposarmi, ci ho dato dentro – ma a chi la racconti? -, perché ho capito prestissimo che l’uomo è stato creato per fecondare, anche senza procreazione, ed è estremamente pericoloso trascurare questa sua predisposizione evolutiva.
Poi, un giorno, all’università (seconda laurea in Medicina dopo quella in Lettere e Filosofia conseguita a soli diciannove anni), ho incrociato lei, quella che era evidentemente la donna della mia vita: attorniata da un’aura magica, sembrava la Madonna ridiscesa sulla Terra per intercessione del Magnifico Rettore dell’Università di tutti gli Universi possibili ed anche di quelli inimmaginabili. Allora, non ho perso tempo. La ho seguita attorno al chiostro e poi, quando lei si è fermata a parlare con un suo compagno di corso, una piattola insignificante, la ho bloccata con una frase tanto banale, quanto dirompente: “Tu diventerai mia moglie.” – Ah ah ah, sbruffone del cazzo! - Lei si mise a ridere e per la prima volta mi sentii dannatamente stupido. Tutta la sicurezza ed anche tutta la strafottenza erano state spazzate via da quella reazione non calcolata. Fu un brivido, un attimo di terrore che durò pochissimo – un attimo dura poco per definizione, stronzo! – e che mi conferì quell’aggressività di cui avevo bisogno per affermare la mia volontà sul mondo.
Comunque, nonostante l’esordio non fosse stato dei migliori, lei capitolò dopo soli tre giorni di non corteggiamento. In fondo, mi era bastato bighellonare nei pressi di alcune mie compagne di corso per farle capire che io non ero propriamente quello che si definisce uno studente qualsiasi. Ci sposammo un anno più tardi e nove mesi esatti dopo nacque la nostra prima figlia, Charlotte. Naturalmente, andammo ad abitare in una bellissima casa in stile coloniale, attorniata da un immenso giardino all’inglese che curavo personalmente nei ritagli di tempo libero. Conseguita infatti la laurea in medicina e specializzatomi in neurochirurgia (nel frattempo erano nati George e Nicole), divenni ben presto un luminare nel campo della cura dei disturbi comportamentali di origine fisiologica, ma siccome mi rendevo conto che spesso il problema era psichiatrico, presi anche la specializzazione nella rispettiva branca della medicina, ricevendo anche – naturalmente – il susseguente premio Nobel.
Accadde così che, in seguito al clamore mondiale dei miei successi, iniziarono ad invitarmi in numerosi talk show in giro per il mondo. La cosa mi dava grande soddisfazione poiché, se possibile, nutriva ancor più il mio già enorme ego, ma seppi comunque darmi un limite. Infatti, rifiutai numerose proposte dell’industria cinematografica ed anche qualcuna da parte di quella discografica, mentre, devo ammetterlo, fui davvero tentato dal posare nudo per un calendario. Ad ogni modo, la mia vita è stata costellata di successi in maniera quasi schifosa. Ho scritto numerosi libri – tutti bestseller, non fare il modesto -, ho tenuto convegni, ricevuto onorificenze, attestati di stima dalle più alte cariche politiche e religiose di tutto il mondo. E ho accumulato tanti di quei soldi dall’essermi spesso chiesto se non fosse stato il caso di auto-denunciarmi al fisco – ma allora dillo che sei un mitomane del cazzo! – per evidente iniquità del sistema.
Poi, il fattaccio. No, niente di traumatico, tranquilli. Non ho scoperto che mia moglie mi tradiva col giardiniere – anche perché non ce l’hai, idiota! -, né di avere un male incurabile, né che ne fossero affetti i miei affetti. No, niente di tutto ciò. Semplicemente, una mattina, mi sono svegliato e tutto mi appariva senza senso. La mia enorme casa, il mio clamoroso parco macchine, le mie rose pluripremiate, i miei libri, le mie targhe, i miei titoli accademici. Tutto inutile, tutto superfluo. Perché l’unica cosa che contava, adesso me ne rendo conto, era la parte di me stesso che avevo relegato ad un ruolo da comprimario: quella forza distruttrice che da sempre mi aveva pervaso e che solo grazie alla rigida educazione impostami dall’inflessibile alta società borghese, a partire dai miei genitori, era rimasta latente, come una leggera corrente sottocutanea pronta a prendere il sopravvento non appena avessi abbassato la guardia. Un fenomeno di soglia, chiaramente. Un fenomeno che fino a quando non supera il limite d’attivazione può essere avvertito, ma non percepito in maniera cosciente, quindi nemmeno controllato.
Ed ecco che da quel momento un pensiero orrendo ha fatto breccia nell’equilibrio della mia psiche: fare qualcosa di malvagio, di tremendo, compiere un gesto follemente insano, orribile, che scuotesse le coscienze da un torpore che avevo, fino ad allora, strumentalizzato per un fine strettamente personale. Forse… forse per mostrare al mondo che la malvagità è qualcosa di intrinseco alla natura umana e che nessuno può permettersi di puntare il dito contro il mostro di turno. E che quelli che lo fanno, quelli che gridano al mostro, sono mossi unicamente da una volontà di salvezza preventiva e di espiazione dai propri pensieri più reconditi, come se esorcizzassero il male che percepiscono e lo attribuissero ad un feticcio da bruciare sul rogo purificatore, nella speranza che non ricompaia mai più.
E invece, ricompare. Ogni mattina, mi guardo allo specchio e lo vedo dipinto sul volto come una maschera orrenda, con un ghigno malefico che si fa beffe del me stesso che ero. Ho fallito. Affogare la mia coscienza nell’alcol non mi aiuterà ad uscire da quest’abisso, lo so. Eppure, sembra che ad un certo punto non si possa far altro che continuare ad affondare, nella speranza che sul fondo vi sia un’improbabile uscita di sicurezza. Forse è questo il mio destino: dopo essere stato un uomo di successo, diventare un mostro. Forse un’intelligenza superiore mi ha usato per questo scopo dimostrativo. Ma io non posso accettarlo, non posso. Perché mi rimane ancora una possibilità. Lo giudicheranno, semplicemente, un gesto inspiegabile. E tutto il clamore svanirà nell’arco di pochi anni.
Amo mia moglie. Amo i miei figli. Ma non amo più me stesso. Addio.




Certo che come psichiatra ci ha messo un bel po’ di tempo prima di realizzare di non aver capito un cazzo di se stesso

Paolo´s last blog ..Tutto inutile
WoW
Sciuscia´s last blog ..Christmas with the yours
@Paolo
In effetti, una delle molte, possibili chiavi di lettura di questo miniracconto è proprio quella della mancanza di obiettività nei propri confronti, capacità d’autonalisi che di certo non viene fornita con la laurea in psicologia o con la specializzazione in psichiatria. Infatti, ogni fenomeno, per essere osservato, richiede una distanza tra osservatore e fenomeno stesso, distanza che viene a mancare nel caso dell’autonalisi in cui osservatore e fenomeno coincidono.
@Sciuscia
Se scrivi commenti così brevi mi finisci sempre nelle fauci di Akismet
Comunque, sono stato a lungo indeciso se pubblicare o meno questo racconto. Ma ormai mi sono abituato a dare libero sfogo a tutto ciò che mi passa per la testa, quindi sono pronto anche a commenti del tipo “mi ha fatto cacare”
Non amo più me stesso ? Ma ti sei mai amato ?
Cosa si cerca, dentro se stessi, se non l’amore ? L’autoamore ?
Buon natale, GG
Sii buono, mi raccomando.
E io che cazzo ne so? Bisognerebbe chiederlo al luminare
@Pupazza
Grazie. Buona lavanda gastrica anche a te