Ultimo sogno
Più che la bellezza, era stata l’eleganza con cui Lei aveva salito le scale di corsa, a colpire Lui. Sarà forse stato anche lo stato d’animo particolarmente cagionevole, ma quella ragazza dal portamento così sensuale, ma allo stesso tempo ingenuo, quasi infantile, aveva indubbiamente fatto breccia, tanto da riuscire a distoglierlo dal pensiero dell’altra, di cui Lui era ancora maldestramente innamorato.
Dopo quella prima volta, gli capitò spesso d’incontrarla nell’ingresso principale del 5° palazzo. Sempre perfetta, coi capelli a volte raccolti, ora sciolti, a volte con degli occhiali da vista che la rendevano ancora più interessante, indubbiamente sempre bellissima e con tutti quei dettagli, dallo sguardo alle movenze, che non potevano non far supporre che fosse anche simpatica ed intelligente. D’altra parte, è risaputo che gli uomini deducono sempre che una bella ragazza non può non essere anche intelligente e simpatica, simpaticissima. Ma Lei aveva un qualcosa in più del semplice fatto d’essere bella, indubbiamente.
Un giorno, in ascensore, ebbero il, per così dire, primo contatto ravvicinato. Prima d’allora, Lui non sapeva se Lei si fosse mai accorta della sua esistenza, ma dopo che lo ebbe salutato, con un ciao inaspettatamente confidenziale, Lui iniziò a sospettare d’essere stato, a sua totale insaputa, promosso dallo status d’invisibilità a quello di trasparenza, la gratificazione più emozionante da quando aveva iniziato a lavorare.
Le occasioni per rivederla non mancarono. In mensa, uscendo nel grande esodo delle diciassette e trenta, una volta anche al supermercato non distante dall’appartamento dove Lui abitava, cosa che lo incupì non poco, poiché ovviamente significava che anche Lei abitava in quel grande dormitorio cresciuto attorno all’enorme complesso dirigenziale e che c’era quindi il rischio concreto di incontrarla forse troppo spesso, scoprendo magari che era già fidanzata. Infatti, una sera, uscendo dall’ufficio, la vide in lontananza mentre saliva su di un grosso SUV, schioccando un non fraintendibile bacio all’autista.
Vabbeh, pazienza – penso Lui. Lei non è l’unica bella ragazza sulla faccia della Terra – ribadì. Ma poi, in uno di quei pomeriggi che non passano mai, mentre era intento a scrivere una noiosissima nota spese al computer, Lui vide Lei passare nel corridoio. Non solo quindi lavoravano per la stessa società, ma i loro uffici dovevano essere anche non troppo distanti, il che era abbastanza improbabile considerando che il pachidermico apparato ufficiale si estendeva come un’obesa e laocoontica piovra.
Eccola di ritorno con in mano una bottiglietta d’acqua. Cazzo, vuoi vedere che il suo ufficio è qui sopra, al nono piano, dove c’è solo la macchinetta del caffè – pensò Lui vedendola ripassare davanti alla porta del proprio ufficio. Ma dopo quell’attimo di euforia, Lui si ricordò che Lei era fidanzata e che non era salutare nemmeno pensare di provarci. Perché lo sapeva, cazzo, come funzionavano le cose in caso di terzo incomodo. Nella migliore delle ipotesi, ci sarebbe stato da sputare sangue e da ingoiare bile. Perché Lei avrebbe avuto mille dubbi e centinaia di tentennamenti. Ci sarebbe stato l’inevitabile tira e molla; e il mai auspicabile ubiquitarismo calzaturiero. Ma soprattutto, Lui non era tagliato per avvicinarla nell’unico modo possibile: da amico. Sperando in qualcosa di più.
No, decisamente, pur essendo Lei stupenda, meravigliosa ed eccezionalmente gratificante per la vista, figuriamoci per il tatto, non ne valeva la pena. Quel pomeriggio noioso, improvvisamente squarciato da quell’apparizione marziana, finì quindi con questi pensieri in teoria rincuoranti. Tuttavia, la notte di Lui fu turbata da brutti sogni. C’era ancora l’altra, ad intasare il suo inconscio. Una sorta di conto rimasto in sospeso, da cui penzolavano, come orridi feticci, rabbia, rancore, un po’ di odio ed anche un certo e inspiegabile senso di colpa. Un bel mix del cazzo – pensò Lui, con ancora l’amaro in bocca del sogno appena terminato. E con queste parole iniziò l’ennesima settimana lavorativa.
Fu una settimana in cui gli sguardi di Lui e di Lei s’incrociarono parecchie volte. Al distributore delle bevande, in mensa, all’ingresso, all’agenzia turistica. Lui ormai riteneva che Lei si fosse accorta che la trovava molto attraente, praticamente una calamita, per i suoi bulbi oculari. Ed anche se Lei sembrava non disprezzare e non aveva mai mostrato segni d’insofferenza per quella messaggistica piuttosto oculata ed esplicita, Lui ripeteva sempre a se stesso che il tempo speso a desiderare è tempo perso.
Una mattina anonima qualsiasi, il capo di Lui gli affidò l’incarico di andare a parlare con il dirigente dell’unità superiore. Al nono piano. Dove probabilmente c’era l’ufficio di Lei. Bene – pensò Lui – finalmente scoprirò se Lei lavora al piano dei megadirigenti. Lui salì quindi le scale (prendere l’ascensore per fare un solo piano gli sembrava un inutile spreco di energia elettrica) e giunse al nono piano. Ma quando vide davanti a sé il lungo corridoio, identico a quello del piano di sotto, con le porte degli uffici aperte sui lati, il suo cuore iniziò stranamente ad accelerare e le gambe a farsi incredibilmente pesanti, come se fosse stata nascosta un’inclinazione magnetica nella moquette del pavimento. Cercò pertanto di apparire disinvolto, passando davanti alle porte degli uffici e cercando di vedere dove Lei fosse asserragliata. Arrivò quindi alla porta del dirigente dell’unità senza averla vista ed entrò con un commento di disappunto, ma, quando dopo una lunghissima ora uscì dall’ufficio, Lui vide Lei proprio nella stanza di fronte, quella che, come recitava la targhetta, era destinato alla segreteria, quindi anche alla segretaria, del capo del suo capo.
Bene – pensò Lui – Adesso so che Lei è la segretaria del Capo. E che è fidanzata. Mettitela via, perché non ci sono cazzi. E poi l’altro c’ha pure il macchinone da cinquantamila euro. Non ci sono proprio speranze, mettitela via e non pensarci più. – concluse perentorio Lui. E pensare che nella sua mente bacata era addirittura arrivato a pensare di non poterci provare con Lei, ancor prima di sapere dell’altro, solo perché aveva fatto una specie di promessa all’altra, la quale però se ne era sbattuta ed era rimasta incinta dell’altro… ma proprio di un altro, non dell’altro che stava con Lei, chiaro, no?
Comunque, Lui scese le scale deciso e risoluto. Fine dei sogni e dei pensieri su Lei. Si sedette con inusitata determinazione alla scrivania e si mise a battere dolenti tasti al computer, con nonchalance e la schiena dritta, lo sguardo fermo, la mascella rigida. Ah, non c’erano dubbi. La decisione era stata presa. Da lì in avanti avrebbe voltato pagina, sia con Lei che con l’altra.
Solo che, come in tutte le storie in cui il protagonista prende una decisione che metterebbe fine alla narrazione, ecco intervenire un imprevisto che prolunga l’agonia.
Il fattaccio accadde un mezzodì come un altro in mensa. Lui stava facendo la fila spingendo distrattamente il vassoio sulle barre d’acciaio, quando sentì una voce che gli parve famigliare, ma non così tanto da capire che si trattava di…
Lei: “Al venerdì prendi sempre il pollo arrosto.”
Lui: “Come?”
Lei: “Pollo arrosto. Lo prendi tutti i venerdì.”
Lui: “Ah, sì… il pollo arroscio…”
L’emozione di Lui nel constatare che Lei non solo era lì, subito dietro a Lui, ma che incredibilmente si era anche accorta che al venerdì prendeva sempre pollo arrosto, gli fece incastrare la parola tra i denti.
Lei: “Beh, allora ciao. Vado a sedermi coi miei colleghi.”
Lui: “Oh… sì… ciao… anch’io vado…”
A sedermi coi miei colleghi… – disse Lui mentre Lei già si era voltata, ma non prima di avergli donato un meraviglioso sorriso a trecentosessanta graduati e smaglianti denti. Coglione, sono uno stramaledetto coglione – ammise Lui tra sé e sé, prendendo posto al tavolo ove sedevano i suoi vicini di scrivania. E mentre tagliava il pollo arrosto, tra l’incazzato e l’arruffato, guardò verso il tavolo di Lei, vedendo che rideva e scherzava coi suoi colleghi, fino a quando non si alzò ed andò via, non senza averlo salutato da lontano, sorridendogli, senza tuttavia che Lui riuscisse a fare niente di quello che avrebbe voluto.
Insomma, Lui, pur non conoscendo nemmeno nome di Lei, aveva avuto un indizio di non esserle indifferente. Naturalmente, nella mente di Lui si azzuffavano mille interrogativi e centinaia di dubbi, così che, per mettere fine alla lotta, Lui decise che probabilmente Lei lo considerava un tipo buffo e che per tale motivo aveva attirato la sua curiosità.
Così Lui iniziò a non guardare più Lei. Quando usciva, tirava dritto per la sua strada non guardando in faccia nessuno. In mensa, lo sguardo era fisso sulle pietanze. In ufficio, chiese di far cambio con un collega in modo da dare le spalle alla porta, così da eliminare il rischio di veder passare Lei che, come quasi tutte le mattine, andava al distributore automatico di bevande. E al supermercato l’aveva vista solo una volta, quindi Lui si sentiva al sicuro e vi entrava abbastanza tranquillo.
Ma, ovviamente, prima o poi l’avrebbe incontrata nuovamente. E allora Lui pensava che avrebbe fatto finta di non vederla. D’altra parte, nemmeno conosceva il suo nome, quindi non le doveva nulla, se non, al limite, un semplice buongiorno o un formale buonasera. Nulla di più. E così fece.
Alcune settimane dopo, durante le quali l’aveva solo intravista da lontano, nel bel mezzo di una pausa pranzo Lui era in piedi, col vassoio carico di prelibatezze, mentre parlava con un tizio che aveva conosciuto al corso d’inglese. E mentre ascoltava abbastanza annoiato, si dimenticò di non doversi guardare intorno, perché la possibilità di incrociare lo sguardo di Lei era sempre incombente. Era sovrappensiero, insomma. Solo che sono errori che si pagano cari, quando una presa di posizione come la sua era stata decisa. Infatti, voltando la testa di lato, vide che Lei era lì, a meno di due metri di distanza, che lo guardava. Ma non solo lo stava guardando. Quando gli sguardi di Lui e di Lei si fermarono gli uni sugli altri, Lei s’incupì, come se fosse dispiaciuta di qualcosa. Ed abbassò timidamente gli occhi.
Eccolo lì, cazzo – esclamò mentalmente Lui. Perché conosceva quell’espressione. Significava: “Ma perché non mi guardi più? Che ti ho fatto di male?” Erano domande che presupponevano un interesse, seppure allo stato embrionale. Almeno questo era quello che, a quel punto, Lui pensava.
Ma la decisione era presa e Lui era un tipo che non tornava mai su una scelta. Ma poi che cazzo voleva, Lei? Lei era fidanzata, quindi? Cosa pretendeva da Lui? Che si facesse avanti, facendo l’amicone, dandole quindi la possibilità di valutare se valeva la pena mollare l’altro per Lui? Ma vaffanculo! – sbottò Lui. Se ti piaccio, molli l’altro e poi mi vieni a cercare. Tanto sai dove trovarmi – rimarcò Lui. E si mise a mangiare, compiaciuto di se stesso.
Ma un giorno accadde una cosa che non aveva previsto. Una collega chiese a Lui se poteva, per cortesia, portarle una bottiglietta d’acqua visto che era impegnatissima a farsi le unghie. Va bene – disse Lui. E si diresse al distributore automatico dove, ormai l’avrete capito, trovò Lei. Il primo istinto di Lui fu quello di fuggire, ma che figura ci avrebbe fatto? Un po’ di coglioni, Cristo! – bestemmiò Lui. Così rimase lì, con le mani in tasca, cercando di non mostrarsi nervoso ed attendendo che Lei se ne andasse. Solo che Lei, dopo aver preso la solita bottiglietta, si fermò e…
Lei: “Scusa…”
Lui: “Sì… eh… ciao…”
Lei: “Ciao… ma… ma no, niente…”
Lui: “No… dimmi… ma se devi andare…”
Lei: “No… è che… mi chiedevo perché…”
Lui: “Perché cosa?”
Lei: “Mannò, niente… ci si vede, eh?”
Lui: “Aspetta…”
Lei: “Sì?”
Lui: “No, è che forse ho sbagliato a…”
Lei: “A far finta di non vedermi?”
Lui: “Beh, sì, te ne sei accorta…”
Lei: “Sì, me ne sono accorta… ma perché questo cambio di atteggiamento? Voglio dire, non mi sembra di averti fatto niente?”
Lui: “No, cioè… sì… è solo che tu…”
Lei: “Che io?”
Lui: “Beh, l’avrai capito. Ti trovo molto bella.”
Lei: “Allora non mi ero sbagliata pensando di piacerti.”
Lui: “No, infatti… solo che so che sei già impegnata…”
Lei: “Sì… questo ti crea problemi?”
Lui: “No, solo che siccome mi piaci e tu sei già impegnata, mentre io, ovviamente, no, allora ho preso… sì, insomma, ho preso una decisione.”
Lei: “Ah, hai preso una decisione. Che sarebbe quella di non degnarmi nemmeno di uno sguardo?”
Lui: “Beh, sì…”
Lei: “Complimenti, davvero una decisione saggia. Ma va’, va’…”
Lui: “No, scusa, ma tu che cazzo vuoi da me? Nemmeno so il tuo nome! Ma pensa te…”
Lei: “Beh, caro mio, scusa se ho pensato che tu fossi un tipo interessante da conoscere. Ma non preoccuparti. Questa discussione mi ha già fatto cambiare idea.”
Lui: “Oh, ecco un po’ di verità. E così sarei un tipo interessante da conoscere, ma solo per una semplice amicizia, vero?”
Lei: “Sì, che c’è di male? Ho molti amici maschi con cui vado molto d’accordo, se proprio lo vuoi sapere.”
Lui: “Bella storia, brava. Ma sai qual è il problema? Il problema è che le tipe come te le conosco. Voi non siete soddisfatte della relazione col vostro fidanzato e lanciate ami in giro, che tanto di boccaloni tra cui poter scegliere ce ne sono a bizzeffe. Beh, cara mia, io a questo vostro giochetto non ci sto.”
Lei: “Ma guarda te ‘sto stronzo! Sai come la chiamo io la tua decisione del cazzo? Eh, lo vuoi sapere come la chiamo? Sì? La chiamo paura. Sì, una fottuta paura di mettersi in gioco, carino!”
Lui: “E allora? Se anche fosse? Avere paura è una forma di… ma poi che cazzo vuoi? Stai bene col tuo moroso? Bene, meglio per te e per lui? Non sei contenta? Mollalo e possiamo parlare finché vuoi. A casa mia questa si chiama coerenza e sincerità, carina.”
Lei: “Sì, scappa scappa… codardo.”
Lui: “Meglio codardo che cornuto. E salutamelo, il tuo cornutone.”
Lei: “Ma brutto stronzo del cazzo!”
Lui: “Oh, ahia! Ma che cazzo fai? Oh, ferma… fermati, cazzo!”
Lei: “Ma come cazzo ti permetti? Cornuto a chi? Ma pensa te di chi cazzo mi dovevo… Stupido bambino di…”
Lui: “Vabbeh, dai… scusa… non volevo…”
Lei: “Stupido…”
Lui: “Sì, hai ragione…”
E così finì che Lui e Lei, dopo una sola settimana di tira e molla, si misero insieme. Ma solo nella fantasia di Lui. Perché questo è solo il suo ultimo sogno. Perché Lui, un ragazzo neolaureato assunto da poco in una grande multinazionale, morì in un letto d’ospedale consumato da un cancro. E Lei era una ragazza che aveva visto una sola volta, il primo giorno di lavoro. E nell’ultimo istante della sua vita.




Posso esprimere un commento spassionato? Perdona anticipatamente il turpiloquio ma… Sti gran cazzi!
Per una commistione di eventi real-mentali ho avvertito il finale del racconto come una sorta di legnata (metaforica, fortunatamente … Devo ammettere che talvolta non posso fare a meno che interrogarmi sulla tua persona. Pardon.
Al di là di tutte e le antropologie, le etologie, le fisiologie ed i cinismi… Quello che hai descritto rappresenta in assoluto, a mio avviso, l momento più bello (e non sono in grado di utilizzare altro aggettivo che questo) nel rapportarsi con l’altro sesso.
Umile parere.
Fine delle cazzate, vado a dormire!
ma daaaaai!!!
Leggo tutto questo ambaradan e me lo fai schiattare???
Ma anche no!!!
E che cazzo!
Amore_immaginato´s last blog ..Saturday night fever
Lo sapevo di non leggerlo a quest’ora
non c’è modo migliore di iniziare la giornata che con un finale di merda

Comunque sembra tutto molto irreale… io evito di lanciare ami -evito proprio di socializzare ma va beh
- ma è capitato comunque di incontrare qualcuno che ci provasse, nonostante avessi messo in chiaro il fatto di essere occupata. Ed erano loro a volere “l’amicizia”… Insomma la maggior parte degli uomini parte cercando una scopata, non con la paura di innamorarsi/soffire chiudendo quindi ogni porta.
Sembra quasi che l’abbia scritto il tuo grillo parlante, sto post… e lascia un senso di amarezza allucinante.
@Amen
La fase del corteggiamento e degli sguardi intendi? Beh, è piacevole, ma alla lunga stanca un pochetto, almeno per quello che mi riguarda…
@Amore_immaginato
Complimenti vivissimi per essere arrivata fino alla fine
@Pepes
Trattasi di collage autobiografico con l’aggiunta di un bel finale di finissima merda come piace a me
La vita è sempre troppo breve per permetterci di realizzare tutti i nostri sogni, e questo è normale.
) per la sua difficoltà a relazionarsi con le persone.
Quello che è triste è che il tuo personaggio sia riuscito anche in sogno a farsi mille pare.
Non voglio immaginare quanto avrebbe sofferto da sveglio (e da vivo
Probabilmente non sarebbe invecchiato con Lei ma con la compagnia di un rimpianto.
Paolo´s last blog ..Resistenza attiva
@Paolo
Beh, sì. Il racconto non esplicita dettagli fondamentali per la comprensione della psicologia di Lui. Forse un giorno ve li darò in pasto.
Paolo´s last blog ..Resistenza attiva
Dai tuoi consigli per gli acquisti ho scoperto che esiste un e book che potrebbe interessarti:
“Dalla circoncisione fisica alla dottrina del pentimento”

Paolo´s last blog ..Resistenza attiva
@Paolo
L’ho scritto io, che ti credi?
@admin
Yes. Intendo proprio quella. Ripensando agli scarni momenti simili della mia esistenza, mi rendo conto di come mai come allora fui, in effetti, vivente.
@Paolo
“Probabilmente non sarebbe invecchiato con Lei ma con la compagnia di un rimpianto.”
That’s nice!
@admin
Io invece l’ho trovato estremamente realistico. Viviamo in schemi precostituiti ed a volte le aspettative sono realtà e la realtà è il sogno irraggiungibile.
@Amen
Io invece inizio ad essere stufo di partite a scacchi infinite. Ecco quindi spiegato l’arrocco del protagonista, che è poi anche il mio.
@Pupazza
Ti ringrazio. Fra l’altro, vorrei far notare come l’eccessiva enfasi del dialogo finale, quello al distributore automatico, enfasi che può apparire costruita, innaturale, indica invece che Lui tenta di mascherare la verità aggredendo Lei.
La vita è una recita infinita dove i momenti di verità si contano sulle dita di una mano. Ma è per quei momenti che vale la pena tenere (e tenerlo
) duro.